LECTIO BREVIS / 142

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 142
NATALE E CAPODANNO: NON SEMPRE È FESTA
Quando le ricorrenze non possono o non vogliono essere celebrate

Primo Levi – L’ULTIMO NATALE DI GUERRA(2000)

Di cosa parla: C’è Innaminka, un canguro invitato a una cena in piedi. C’è Arrigo, impiegato in uno strano ufficio anagrafe, con il compito di stabilire le cause di morte delle persone. C’è Isabella, una ragazzina a cui a un tratto si sviluppano le ali. C’è l’assurda rivalità tra i paesi di Lantania e Gunduwia, fondato sulle rispettive bandiere. C’è lo Spemet, lo “specchio metafisico” che, applicato sulla fronte, consente di restituire l’immagine di come gli altri sono visti dalla persona che lo porta. E poi ci sono altre piccole grandi storie degli anni della prigionia ad Auschwitz e della guerra…

Commento: Pubblicato postumo, il libro riunisce 26 brevi o brevissimi racconti scritti nell’arco dell’ultimo decennio di vita dell’autore (1977-1987) e pubblicati su giornali (soprattutto “La Stampa”) e riviste varie. Il carattere eterogeneo della raccolta non solo non sminuisce in nulla il piacere della lettura – merito delle doti narrative di Levi, sulle quali non si discute – ma, anzi, testimonia una volta di più dell’ampio ventaglio di interessi e di temi che, fino all’ultimo, ha caratterizzato l’opera dello scrittore torinese. Si individuano, a grandi linee, tre filoni principali: quello fantastico-fantascientifico (che attraversa l’intera produzione di racconti di Levi), quello memorialistico (con riferimento a episodi e personaggi del periodo di Auschwitz) e quello delle (impossibili) interviste giornalistiche ad animali (il campionario comprende una talpa, un gabbiano di Chivasso, una giraffa dello zoo, una femmina di ragno e persino un batterio, l’Escherichia coli). Pur nell’apparente diversità di generi, tra i racconti, come ha dimostrato, tra gli altri, Marco Belpoliti e come sottolineava lo stesso autore, c’è un nesso sottile e per certi versi inquietante: Levi, infatti, si tiene lontano dall’invenzione pura, dalla finzione, muovendosi sempre in uno spazio “parodico”, sospeso tra la realtà e il sogno, tra la verità delle pagine più crude della storia e della sua personale biografia da un lato e la gamma di possibilità che, dall’altro, si aprono al narratore capace di cogliere, tra le pieghe del mondo, gli spazi della contraddizione, dell’improbabile, dell’inconsueto. È l’irrazionalità, a ben vedere, che sembra legare le storie di Levi: un’irrazionalità che, se nel Lager assume le forme più perverse dell’annientamento dell’uomo, domina – sostiene l’autore – ogni società umana e che si rivela ancora meglio nel confronto con il mondo animale, come in un gioco di specchi. Il pessimismo di fondo dello scrittore è bilanciato, come sempre, dalla sorvegliata lucidità della sua lingua da chimico, anzi da verniciaio, prestato alla scrittura.   

GIUDIZIO: ***

Belton Cobb – VELENO A CAPODANNO (1936)

Di cosa parla: A causa di difficoltà economiche la famiglia Varminster è costretta, da alcuni anni, a vivere nella stessa casa. Quella di Rupert Bole, marito di Mary Varminster, il quale ospita, non certo per propria scelta, gli anziani genitori di lei, nonché il fratello, con sua moglie e i suoi due figli. In questo clima di tensione, la notte di capodanno accade un fattaccio: poco dopo il brindisi di mezzanotte, l’unico ospite esterno alla famiglia, il giovane Bobby Letchworth, accusa un malore e, qualche ora dopo, muore. Avvelenato con l’arsenico, dirà l’autopsia. Il veleno era contenuto nel cocktail che era stato servito ma che nessuno aveva bevuto, dato che, poco prima della mezzanotte, un incendio scoppiato nel garage aveva distolto l’attenzione di tutti. Come è accaduto il delitto? All’ispettore Burmann spetta il compito di condurre indagini difficilissime a causa dell’omertà della famiglia Bole-Varminster…

Commento: Giocando su alcuni luoghi comuni del giallo classico, l’ambientazione durante una festa e, soprattutto, il delitto in famiglia, Belton Cobb, autore molto prolifico per quanto poco conosciuto, dipana una storia che ha tutti i pregi per gli amanti del genere, ma anche tutti i difetti per i suoi detrattori. Il giallo si regge interamente sulle indagini dell’ispettore Burmann (che, a un certo punto, si accamperà direttamente in casa Bole per controllare da più vicino la situazione) e sul tentativo di decifrare i reali rapporti all’interno dei membri delle due famiglie. Se si apprezzano le capacità logico-deduttive (specie nella prima parte, dove si tratta di capire come il veleno possa essere stato messo nel bicchiere del cocktail) e gli approfondimenti psicologici (determinanti nella seconda parte, quando Burmann prova in ogni modo a scalfire l’apparente rispettabilità degli abitanti della casa), il romanzo è gradevole, pienamente rispettoso delle regole del gioco e con una soluzione non imprevedibile – almeno per il lettore meno ingenuo – ma pienamente soddisfacente. D’altra parte, questi stessi aspetti rischiano di risultare un po’ indigesti a chi ricerchi un minimo di azione o di variazione del copione, fatto di tante parole (troppe?), poca suspense e quasi nessun colpo di scena, se si esclude quello che anima il finale. La scrittura resta comunque apprezzabile.  

GIUDIZIO: **½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

Non sono necessari eventi traumatici come una guerra o un omicidio in famiglia per guastare l’atmosfera delle feste. A volte, bastano il senso di esclusione, la difficoltà di entrare in sintonia con il clima collettivo, la solitudine a farci percepire l’estraneità ai riti e alle celebrazioni che altrove si consumano. A testimoniare questo sentimento, ecco due poesie di autori che hanno fatto del loro isolamento, della incapacità di uniformarsi alla massa un elemento centrale della propria opera. Fernando Pessoa così esprime la propria sognante nostalgia intorno al Natale che non gli appartiene:    

Natale… Sulla provincia nevica.
Tra i lari confortevoli,
un sentimento conserva
i sentimenti passati.

Cuore contrapposto al mondo,
come la famiglia è verità!
Il mio pensiero è profondo,
sto solo e sogno rimpianto.

E com’è bianco di grazia
il paesaggio che non so,
visto per la vetrata
della casa che mai avrò!

Charles Bukowski, invece, si sottrae ai festeggiamenti del Capodanno, non per elitario disprezzo ma per mancanza di sintonia con un’umanità che non capirà mai:

a mezzanotte in punto
1973-74
Los Angeles
ha cominciato a piovere sulle
foglie di palma fuori dalla mia finestra
i clacson e i fuochi d’artificio
erano svaniti
e tuonava.

ero andato a letto alle 21.00
spente le luci
tirate su le coperte –
la loro letizia, la loro felicità,
le loro urla, i loro cappelli di carta,
le loro automobili, le loro donne,
i loro ubriachi dilettanti…

la notte di Capodanno mi atterrisce
sempre

la vita non sa nulla degli anni.

adesso i clacson si sono ammutoliti
e i fuochi d’artificio e i tuoni…
tutto è finito in cinque minuti…
odo soltanto la pioggia
sulle foglie di palma,
e penso:
non capirò mai gli uomini,
ma è andata
anche questa.

Testi citati:
Fernando Pessoa – NATALE… SULLA PROVINCIA NEVICA – traduzione di Luigi Panarese (?)
Charles Bukowski – FOGLIE DI PALMA – traduzione di Natale Fioretto (1974)