Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 191
SCRIVERE E LEGGERE DI CALCIO
Il pallone come pretesto narrativo, tra storie di amicizia e di congiure, esaltazioni eroiche e malinconie sudamericane
Pippo Russo – IL MIO NOME È NEDO LUDI (2006)
Di cosa parla: Estate 1989. Nedo Ludi, alle soglie dei trent’anni, è l’eroe dell’Empoli calcio. Stopper della squadra di calcio toscana, ha segnato, nel campionato appena concluso, il gol che, all’ultima giornata, ha fruttato la vittoria ad Avellino e la permanenza in Serie A. Mentre si trova in vacanza in Sardegna e pensa al rinnovo del suo contratto, in scadenza di lì a un anno, scopre casualmente dai giornali che la società ha deciso di cambiare l’allenatore: sulla panchina degli azzurri arriverà Claudio Bersani, fautore, anzi fanatico, del gioco a zona. Per Nedo, si prospettano tempi difficili, finché qualcuno non gli suggerisce una via d’uscita: organizzare una ribellione, una vera e propria congiura contro i nuovi precetti del calcio moderno…
Commento: Scrivere un romanzo sul calcio, che a sua volta è (è stato?), insieme al ciclismo, lo sport diventato il romanzo popolare degli Italiani, espone ad alcuni pericoli. Scivolare nell’enfasi retorica o in un didascalismo sociologico da grande affresco. Si sottrae all’uno e all’altro pericolo Pippo Russo, scegliendo un punto di vista doppiamente ribassato: quello di una squadra di provincia e quello di un giocatore (mai esistito, ma del tutto verisimile) minore. Ma più di tutto, convince la scelta dell’ambientazione storica: la stagione 1989-90, preludio ai Campionati Mondiali di Italia 90, è un ottimo punto di osservazione per mettere in scena i cambiamenti che attraversano il mondo del calcio – sintetizzati, nel romanzo, nel passaggio dal gioco a uomo alla zona – e, di riflesso, nella società.
Non manca, certo, qualche forzatura, ma sul piano narrativo la storia fila e riesce a infondere nel lettore una buona dose di nostalgia: non solo per un calcio, quello italiano degli anni Ottanta, che poteva ancora celebrarsi come il “campionato più bello del mondo”, con i giocatori migliori, da Van Basten a Maradona, da Klinsmann a Baggio, e le squadre che primeggiavano in Europa, ma anche per l’idea che ci fosse spazio per il nobile anonimato di chi, come Nedo Ludi, interpretava il suo ruolo non vestendo i panni del privilegiato ma con l’umiltà del provinciale. L’autore, insomma, racconta, con una vena di polemica, con un tocco elegiaco ma anche con ironica partecipazione, la fine di un mondo che, con il senno di poi, è naturale idealizzare anche oltre le sue reali dimensioni. Sconvolgente e crudele il finale (nonché buono per un seguito, che infatti è stato poi scritto, qualche anno dopo); qualche prolissità in alcune parti (quelle su Ned Ludd, ad esempio), ma le donchisciottesche battaglie dell’antieroe Nedo Ludi contro la retorica del calcio che ama parlarsi addosso sono ben lungi dall’essere roba dell’altro secolo.
GIUDIZIO: **½

Eskhol Nevo – LA SIMMETRIA DEI DESIDERI (2008)
Di cosa parla: Tel Aviv, 1998. Yuval Fried e i suoi tre amici non ancora trentenni, Yoav, detto Churchill, Amichai e Ofir si ritrovano, secondo un’abitudine iniziata qualche anno prima, a guardare in tv la finale dei Mondiali di calcio. Su proposta di Amichai, l’unico già sposato e con figli, decidono di scrivere su un foglietto tre desideri che ognuno di loro vorrebbe realizzati nei successivi quattro anni: alla prossima finale, leggendo i biglietti, scopriranno se si saranno avverati. Yuval è talmente innamorato di Yaara da concentrare tutti i suoi desideri su di lei, che però poco dopo lo lascerà per Churchill…
Commento: Usare lo sport, e in particolare il calcio, come pretesto narrativo – dicevamo – è scivolosissimo. C’è il rischio che si finisca soltanto per fare leva sull’effetto nostalgia: la tentazione del ritratto generazionale è appena dietro l’angolo. Ma, a essere bravi, il calcio offre appigli narrativi formidabili: rivolgersi, per conferme, a Nick Hornby e al suo Febbre a 90’, vera summa sulla patologia del tifo. Diversa è la prospettiva di questo riuscitissimo libro di Eskhol Nevo, in cui il calcio è davvero soltanto uno spunto di partenza. Dando prova di un preciso controllo della costruzione (e delle tecniche) del racconto, l’autore israeliano costruisce in realtà un romanzo che parla di tutt’altro, evitando con invidiabile abilità le trappole insite nella materia trattata. Nel tratteggiare una storia d’amicizia tra giovani uomini, i temi topici della difficoltà di crescere e di trovare un proprio posto nel mondo emergono all’interno di una struttura narrativa solidissima, con personaggi ottimamente delineati e una scrittura agile, ma non superficiale, ironica e malinconica come Yuval, il narratore, alter ego dell’autore. Come in una partita di calcio dall’esito incerto, l’attenzione del lettore viene tenuta in sospeso fino all’ultima riga, altro merito non da poco per uno scrittore che sappia il suo mestiere.
GIUDIZIO: ***½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
Il calcio come racconto popolare è stato nobilitato a più riprese dall’attenzione di poeti e intellettuali. Anche prescindendo dalla canzone A un vincitore nel pallone con cui Giacomo Leopardi, nel 1821, ben prima che il calcio diventasse lo sport che conosciamo, celebra l’attività fisica come l’eroico sforzo di ribellarsi all’imbelle accettazione della morte, è il Novecento, naturalmente, il secolo in cui il calcio offre ampia materia di riflessione a scrittori, filosofi e pensatori. Se per Pierpaolo Pasolini, il calcio è “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” (il poeta, romanziere e regista friulano fu anche calciatore), nonché una dei grandi piaceri della vita (insieme alla letteratura e all’eros, nientemeno), uno dei più celebri cantori del calcio fu senz’altro Umberto Saba, che si appassionò al pallone in età già adulta e dedicò cinque poesie al gioco e alla Triestina, la squadra della sua amatissima città, che allora, negli anni Trenta, giocava in Serie A; proprio ai giocatori della Triestina sono indirizzati i seguenti versi, scritti probabilmente dopo la prima partita alla quale Saba assistette, il 15 ottobre 1933, contro l’Ambrosiana – il nome che l’Inter dovette prendere in epoca fascista – e che finì 0-0 (lo scudetto, alla fine del campionato, andò alla Juventus):
Anch’io tra i molti vi saluto, rosso-
alabardati,
sputati
dalla terra natia, da tutto un popolo
amati.
Trepido seguo il vostro gioco.
Ignari
esprimete con quello antiche cose
meravigliose
sopra il verde tappeto, all’aria, ai chiari
soli d’inverno.
Le angoscie
che imbiancano i capelli all’improvviso,
sono da voi così lontane! La gloria
vi dà un sorriso
fugace: il meglio onde disponga. Abbracci
corrono tra di voi, gesti giulivi.
Giovani siete, per la madre vivi;
vi porta il vento a sua difesa. V’ama
anche per questo il poeta, dagli altri
diversamente – ugualmente commosso.
Ai toni epici, celebrativi dell’eroismo sportivo (sulla scia, a voler trovare il più antico e illustre precedente, di Pindaro) che abbiamo riscontrato in Leopardi o in Saba, si contrappongono gli accenti elegiaci, stralunati e idealistici con cui il calcio è stato narrato da alcuni scrittori sudamericani, come Eduardo Galeano o Osvaldo Soriano. A quest’ultimo si deve uno dei libri più anomali sul tema: Fútbol. Si tratta di diciannove racconti che ruotano, appunto, attorno al calcio e al Sudamerica, racconti veri come le finzioni che solo gli scrittori di quelle parti sanno creare: dal rigore più lungo del mondo al figlio di Butch Cassidy, arbitro nei Mondiali del 1942, che “non figurano in nessun libro di storia, ma si giocarono nella Patagonia argentina”, per finire col Míster Peregrino Fernández, “innamorato del bel gioco e creatore del calcio-spettacolo”.
Il calcio, nei racconti di Soriano, argentino e cantore, tra gli altri, del riscatto del suo paese proprio grazie al pallone quando a farlo rotolare sui campi di mezzo modo era il genio di Diego Armando Maradona, è soprattutto il trionfo della fantasia, il prodotto di un’arte povera capace di incantare tutti con il suo linguaggio fatto di serpentine, funambolismi e giochi di prestigio. È un calcio ideale, disinteressato al risultato e persino compiaciuto della sua vocazione a rimanere un gioco, costi quel che costi, come se nella bella sconfitta (e in quel po’ di vittimismo che le si accompagna) si nascondesse la vera natura di un popolo. Perché, insomma, parlare di calcio, alla fine, è comunque sempre un pretesto per parlare d’altro, come si legge in un illuminante dialogo contenuto in Fútbol: «– Di che cosa parla il libro? Di calcio? – No. Parla dei goal che uno si perde nella vita».

Testi citati
Umberto Saba – SQUADRA PAESANA, in “Parole” (1934)
Osvaldo Soriano – FÚTBOL (1998)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana