NEDO LUDI – Pippo Russo

# 10Pippo Russo – NEDO LUDI (Edizioni Clichy, 2006-2017, pag. 589)

La carriera di Nedo Ludi, immaginario stopper dell’Empoli fine anni Ottanta, si mescola alla storia calcistica, sociale e politica d’Italia degli ultimi decenni: il passaggio del calcio dal sistema di gioco “a uomo” alla “zona” di sacchiana (e liedholmiana) memoria è solo il “fil rouge” di una coppia di romanzi più vasti, in cui vicende personali, collettive e calcistiche compongono un impasto di sentimenti, ricordi ed emozioni che – come un pallone – rotolano ora da una parte, ora dall’altra…

Premessa: ho scoperto Pippo Russo alcuni anni fa col gustosissimo “L’importo della ferita e altre storie”, piccola raccolta di orrori linguistici e letterari dovuti ai nostri più “illustri” e celebrati autori contemporanei (e non se ne abbia a male chi è loro fan): Faletti (pace all’anima sua), Volo e Moccia su tutti. Scusate se mi schiero: li trovo tutti e tre insopportabili, per diverse ragioni. Non starò a scendere in dettagli: leggetevi “L’importo della ferita” e ne riparliamo! Oggi, però, spazio al Pippo Russo narratore. Spazio dunque a “Nedo Ludi”, quasi omonimo del “mitico” rivoluzionario inglese Ned Ludd, e protagonista di due romanzi: “Il mio nome è Nedo Ludi”, pubblicato nel 2006, e “Nedo Ludi. Il ritorno”, pubblicato nel 2017. Edizioni Clichy ha saggiamente riunito i due libri in un unico volume, e ho preferito leggerli entrambi prima di cimentarmi nella recensione.

E ora, bando agli indugi: palla al centro, fischio d’inizio! E visto che di due libri si tratta, parliamo di… primo tempo e secondo tempo! Subito al calcio d’inizio, Russo ci proietta nella vicenda, col suo protagonista che vede le vacanze estive turbate dal fatidico cambio di allenatore della sua squadra. Il ritmo non altissimo è compensato da un gioco pulito: il protagonista, stopper di un Empoli che lotta per non retrocedere nel campionato 1989/90, e i personaggi di contorno emergono forti e vividi, e per chiunque abbia seguito – da ragazzino, come me – quella stagione calcistica, non può non essere un lancinante piacere sentire citati i vari Maradona, Van Basten, Klinsmann e via almanaccando… Ma non è un’operazione nostalgia, quella di Pippo Russo, anzi, il primo tempo è un utopistico, doloroso, malinconico tentativo di fermare un ingranaggio (quello del calcio che si prende troppo sul serio, quello del calcio come strategia a prescindere dagli uomini che lo giocano) che ormai si era messo in moto, e che ha portato a tutte le amabili locuzioni di oggidì, da “attaccare lo spazio” a “movimento senza palla”, da “visione di gioco” a “falso nueve”, per finire con le immancabili “due fasi”, offensiva e difensiva, che devono essere organicamente orchestrate, pena l’inefficienza del gioco di una squadra. Nel primo tempo, dunque, la partita di Pippo Russo si dipana in gran parte (anche se non solo) attorno alla trovata centrale della donchisciottesca “congiura degli stopper”, idea narrativa (pardon, idea di gioco!) divertente e sottilmente paradossale. Acuto improvviso a ridosso del 45’, con una svolta, violenta e brutale, nella vita del protagonista che, francamente, non ci si aspettava.

Il secondo tempo è di sapore un po’ diverso: se nel primo il gioco si era dipanato per vie piuttosto individuali, nella ripresa Nedo Ludi – sedici anni dopo, nel 2006 – non è più un calciatore, e affronta il rientro nel mondo del calcio dopo un lungo, quasi catartico distacco. L’Italia sotto scacco per Calciopoli (e io da juventino ne soffrii anche più di altri!) vince incredibilmente un Mondiale che era stata lì lì per non disputare, mentre Nedo si deve confrontare con un calcio che non riconosce più, ma che forse, dopotutto, è ancora “umanizzabile”, è ancora niente più che un meraviglioso gioco. Al solito, Pippo Russo parte forte, subito un colpo di scena nei primi minuti, poi trame di gioco fitte e corali, in attesa del “valzer delle sostituzioni”, col rientro in scena di personaggi che – attesi per pagine e pagine – quando finalmente arrivano non deludono le aspettative, perché una cosa che l’autore proprio non fa è perdonare tutto al suo protagonista, anzi, si può dire che Nedo sconti ogni cosa sulla sua pelle, un po’ come il calcio sconta – sulla pelle di milioni e milioni di tifosi – tutta una serie di piccole e grandi miserie, di corbellerie, di abbrutimenti e di meschinità, e un po’ come l’Italia tutta sconta sulla pelle dei suoi cittadini i frutti di scelte sbagliate e vergognose parentesi politiche. Al fischio finale, non si sa davvero che risultato leggere sul tabellone: certo la partita non è stata facile, Nedo Ludi/Ned Ludd ha combattuto e perso, e noi lettori non possiamo che stare con lui, nonostante il dolore e gli errori, perché suvvia, diciamocelo, chi è che non ne commette? E chi, in fondo, non desidera un calcio che sia ancora fatto d’eroi, di figurine un po’ scolorite e dai sorrisi improbabili, e non di presunti superuomini che “attaccano lo spazio”? Chi non vorrebbe un’altra chance? Su, palla al centro, giochiamo ancora!

(Recensione scritta ascoltando Sia, “Breathe Me”… e dando un occhio a Francia-Perù!)

PREGI:
Pippo Russo scrive bene, e soprattutto scrive per farsi capire, senza contorcimenti inutili e con un sano senso dell’ironia come del dramma. Inoltre, nel secondo romanzo, impossibile per i lettori maschi appassionati di calcio non commuoversi durante la lettura del capitolo 8…

DIFETTI:
a tratti si ha l’impressione che si calchi fin troppo sugli aspetti dolorosi e drammatici della vicenda, con qualche sviluppo –non me ne voglia l’autore! – vagamente “soap-operistico”. Ma forse è la forza intrinseca della sottotrama calcistica che, in quanto appassionato, mi fa desiderare… più calcio e meno sentimenti! 

CITAZIONE:
“Correva, e piangeva, e urlava come un animale feroce e ancora non pago. E quando arrivò dal suo allenatore lo abbracciò fortissimo e continuò a piangere come un bambino, mentre i compagni arrivavano a sommergerlo in un mucchio umano.” (pag. 389)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO