LEGGERE LOLITA A TEHERAN – Azar Nafisi

# 362 – Azar Nafisi – LEGGERE LOLITA A TEHERAN (Adelphi, 2004, pagg. 379)

Teheran, 1995: ritiratasi dall’insegnamento universitario in polemica con l’asfissiante regime degli ayatollah che, in Iran, dalla fine degli anni Settanta, quando hanno preso il potere, impongono una assurda sharia che nega alle donne anche i diritti fondamentali, la professoressa Azar Nafisi, per non perdere del tutto contatto col mondo accademico e con le sue studentesse preferite organizza un seminario presso la sua abitazione, invitando le sette allieve più brillanti e promettenti. Esperta di letteratura occidentale e, in particolare, di Autori come Vladimir Nabokov, Henry James, Jane Austen, Francis Scott Fitzgerald e Saul Bellow, la professoressa Nafisi usa la letteratura per stimolare il confronto tra le “sue” ragazze, vessate da un regime religioso che impone loro il velo e una serie sconfinata di divieti, tra cui quello di espatrio – salvo che vi sia l’approvazione di un uomo che abbia autorità su di loro (marito, padre, fratello). Emigrata a sua volta negli Stati Uniti, dove ancor oggi insegna e scrive, Azar Nafisi rievoca i decenni passati nel suo Paese natio che, dal liberalismo corrotto dello scià Reza Pahlavi, è precipitato nell’oscurantismo pure corrotto dell’ayatollah Khomeini e dei suoi successori. Tra la tentazione di difendere la profonda cultura di un Paese dalla storia più che millenaria, certo non limitata agli ultimi quarant’anni, e quella di demolirne l’osceno regime politico-religioso, l’Autrice parla di sé e delle sue studentesse, di suo marito e dei suoi figli, della guerra con l’Iraq che ha insanguinato tutti gli anni Ottanta e dell’allontanamento forzato dall’insegnamento, voluto da chi pretende di censurare la letteratura e il pensiero. Che però – ed è il caso del suo seminario “clandestino” – sembra trovare sempre la strada verso chi vuole apprendere e conoscere…

Caso letterario d’inizio XXI secolo, “Leggere Lolita a Teheran” è indubbiamente un libro bello e importante, scritto con il sincero intento di impugnare la letteratura e, più in generale, la cultura contro ogni forma di dittatura e di censura, soprattutto quella odiosa degli ayatollah iraniani e dei loro sgherri, i pasdaran, i paladini di una rivoluzione che in realtà, per il Paese, ha significato una profonda involuzione, dopo i decenni di prosperità sotto il governo dello Shah Reza Pahlavi.

La condizione femminile in Iran (a proposito: dove sono le femministe delle nostre parti? Troppo impegnate a pretendere lo schwa e il riconoscimento del reato di femminicidio?) è divenuta semplicemente terrificante: costrette a coprirsi da capo a piedi, a evitare ogni vezzo e ogni vizio (guai a farsi vedere truccate o in compagnia di uomini che non siano padre, marito o fratello!), guardate male quando decidono di studiare e di farsi una cultura, impossibilitate a vivere autonomamente, a fare scelte di vita che in Occidente sono date per scontate, le donne iraniane (e quelle sottoposte a regimi simili) sono a mio avviso le vere femministe, le uniche che possano a buon titolo fregiarsi di questo appellativo.

La loro battaglia non solo ha un senso profondo, ma è anche la battaglia di chiunque – a prescindere dal genere di appartenenza – ami la cultura e il sapere, di chiunque detesti l’ipocrisia e la violenza, l’oscurantismo e la superstizione. Lungi da me ritenere che quella degli ayatollah iraniani sia l’unica chiave interpretativa di una religione affascinante e complessa come l’Islam, ma di certo la loro è tra le posizioni più note e condivise, autentica base per ogni deriva fanatica e radicale. In questo contesto, un libro come quello di Azar Nafisi è una vera boccata d’ossigeno, una ventata di speranza e di sana riflessione, nonché una voce dall’interno di un mondo che, in Occidente, nessuno può dire di conoscere veramente bene.

E la voce della professoressa Nafisi, incredibilmente, non è faziosa come si potrebbe pensare, o meglio, lo è, ma senza eccedere, mantenendo un equilibrio che a tratti ha del prodigioso, e non perché l’Autrice – furbescamente – controbilanci ogni critica al regime iraniano con una critica all’Occidente liberale e immorale, in una logica semplicistica da “colpo al cerchio e colpo alla botte”, bensì perché, scegliendo di parlare essenzialmente di letteratura, Azar Nafisi riesce a veicolare messaggi ben più profondi e significativi di quanto avrebbe potuto fare con un pamphlet esclusivamente politico.

E così, è attraverso la critica a personaggi come Humbert Humbert, Jay Gatsby, Daisy Miller ed Elizabeth Bennet che Azar Nafisi ci guida nei meandri della vita in Iran, è attraverso il modo in cui questi personaggi – e i libri di cui sono protagonisti – vengono letti e interpretati a Teheran che ci rivela gli aspetti più minimali, e anche più terrificanti e pervasivi, del regime islamico. Senza tirate moraliste o, al contrario, nichiliste e anti-religiose: tra le allieve della professoressa, un paio sono sinceramente devote e portano il velo per reale convinzione, a riprova del fatto che nessuna società umana, neppure quella del vituperato Iran, può essere incasellata in un’unica categoria di pensiero e di valutazione. Ancora una volta, non ci sono buoni e cattivi, ma solo livelli diversi di sofferenza e di oltraggio, di prepotenza e di abuso.

Costruito su quattro lunghi capitoli, ciascuno dei quali dedicato a un’opera letteraria (da “Lolita” di Nabokov al “Grande Gatsby” di Fitzgerald, da “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen a “Daisy Miller” di Henry James), con un breve (e necessario) epilogo, questo libro rappresenta, nonostante qualche rallentamento di troppo e qualche passaggio un po’ pretestuoso, una lettura importante e feconda, un viaggio nell’inferno della censura ideologica e della cancel culture, quella vera e terribile di stampo religioso, non le baggianate wokiste dei film Disney.          

(Recensione scritta ascoltando Ane Brun, “All My Tears”)

PREGI:
uno stile semplice e narrativo, capace però di aprirsi a squarci lirici non indifferenti, e una galleria di personaggi – dalle sette studentesse del seminario su “Lolita” ai parenti e agli amici della protagonista nonché narratrice, la professoressa Nafisi – che conquista e affascina, lasciando intuire tutta la splendida varietà che caratterizzerebbe la cultura iraniana se soltanto gli ayatollah al potere la lasciassero respirare ed esplodere in tutta la sua bellezza 

DIFETTI:
qualche passaggio, in particolare sulle opere di Henry James e Scott Fitzgerald, è un po’ capzioso e arzigogolato, e di tanto in tanto l’Autrice non rinuncia a qualche tocco di accademismo che non stona, visto il contesto letterario, ma rallenta un po’ la lettura e il dipanarsi della “trama” di gran lunga più interessante: il seminario clandestino del giovedì, con le sette studentesse i cui destini il lettore è ansioso di scoprire

CITAZIONE:
“Le mie ragazze erano di estrazione sociale molto diversa, così come diverso era l’orientamento ideologico e religioso; eppure condividevano lo stesso disagio, che nasceva dalla confisca da parte del regime dei loro momenti più intimi e dei loro desideri.” (pag. 305)

GIUDIZIO SINTETICO: ***

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO