Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 204
PULP E DINTORNI
Come gli scrittori americani hanno raccontato, più o meno felicemente, la violenza
S.S. Van Dine – SEQUESTRO DI PERSONA (1936)
Di cosa parla: È una tranquilla mattina di luglio a New York. Philo Vance sta per uscire di casa quando riceve la visita inaspettata del procuratore distrettuale Markham che gli chiede con urgenza il suo aiuto. Nella notte è scomparso dalla sua abitazione Kaspar Kenting, membro di un’antica famiglia aristocratica ora in decadenza. Giunti sul luogo, i dettagli fanno pensare a un sequestro di persona: nella stanza da letto, infatti, è stato scoperto un biglietto di riscatto, con una bizzarra firma. I rapitori chiedono 50000 dollari. Le prime indagini della polizia mettono in luce una serie di aspetti poco chiari: e se Kenting, noto scommettitore d’azzardo, avesse messo in scena il suo stesso rapimento per ripianare dei debiti di gioco? Secondo Philo Vance, però, dietro le apparenze si nasconde qualcosa di ancora più feroce…
Commento: La decima delle dodici avventure di Philo Vance (ma l’ultima è rimasta allo stato di abbozzo, a causa della morte dell’autore) sembra fatta apposta per scontentare tutti. Van Dine che, esattamente dieci anni prima, aveva di fatto esportato il giallo inglese al di là dell’Atlantico, dovette fare i conti con la nascita e l’affermazione delle riviste pulp che assecondavano e diffondevano il gusto per una letteratura di genere che si sporcava le mani raccontando, tra l’altro, storiacce di crimini da bassifondi. E così in questo romanzo il più snob, dandy, aristocratico degli investigatori lascia da parte le meditazioni da salotto su delitti-rompicapo per occuparsi di una sordida vicenda che vede implicati (anche) criminali comuni. Sebbene, infatti, l’indagine non trascuri l’analisi minuziosa degli indizi con il corredo di deduzioni logiche necessarie all’individuazione del colpevole, l’autore sembra puntare tutto o quasi sull’azione.
Il punto è che Van Dine, finendo in gran parte per rinnegare sé stesso (e lo spirito, ma pure la lettera, delle “Venti regole per scrivere romanzi polizieschi” da lui messe a punto), crea un ibrido che non ha convinto molti critici e lascia in effetti più di un motivo di perplessità sia nei suoi estimatori che nei suoi detrattori (tra questi ultimi il più celebre fu senz’altro Raymond Chandler). Non che la storia non sia, in sé, ben costruita o presenti evidenti sciatterie nella verisimiglianza o nello stile, al solito sorvegliatissimo (lo scrittore era un intellettuale di livello). Ma senz’altro le indagini sono tirate un po’ troppo in lungo e l’interesse del lettore, trascinato capitolo dopo capitolo, finisce per assopirsi, sopraffatto da una certa noia. Perché se l’eccezionale e stravagante acume dell’investigatore è la moneta di scambio per definire i confini del giallo classico come quelli di un gioco intellettuale, ecco che proprio in questo pecca il romanzo: le doti di Philo Vance sono, infatti, sottoutilizzate e alla fine si ha l’impressione che talora inseguire le mode (lo hanno fatto e lo fanno tanti scrittori, non solo i mediocri!) non sia sempre la strada giusta per restare al passo con i tempi.
GIUDIZIO: **

Cormac McCarthy – FIGLIO DI DIO (1973)
Di cosa parla: Tra le montagne della contea di Sevier, in Tennessee, si consuma la parabola violenta di Lester Ballard. Tenuto ai margini ed evitato da tutti, amante del whisky e del fucile da cui non si separa mai nei suoi spostamenti, il giovane, preda di una sorta di apatica paranoia, finisce per compiacere i suoi istinti, diventando un assassino seriale e uno stupratore e assecondando perversioni di feticismo e necrofilia nei confronti delle sue vittime…
Commento: “Era cresciuto così, magro e cattivo. Matto, diceva qualcuno. Una cattiva stella lo teneva sotto il suo influsso”. Si può diventare grandi scrittori perseguendo velleità stilistiche. Oppure, come Cormac McCarthy, inventando uno stile al servizio delle storie che si raccontano. Il terzo romanzo dello scrittore americano è un campionario già perfetto della sua prosa, che sembra ritagliata intorno alla scabrosità della vicenda. A ben vedere, però, l’asciuttezza del romanzo (anche le dimensioni sono contenute a poco più di 160 pagine) è come il corollario inevitabile dei due elementi intorno ai quali esso è costruito: il protagonista e il paesaggio. Lester Ballard sembra il prodotto dell’ambiente in cui è cresciuto e vive: la sua selvatica brutalità è rispecchiata dall’asprezza dei monti Appalachi, in una sorta di muta e disumana simbiosi che assume quasi i caratteri di una complicità crudele e sorda a qualunque pietà. Lester è incapace, quasi per natura, di relazioni con i suoi simili (come si capisce fin dal primo capitolo). Ma, nel piccolo mondo della contea di Sevier, già segnato dalla marginalità rispetto all’America “civile”, l’animalità di Lester è una sorta di doppia estraneità. Al punto che la sua violenza, al pari di quella del paesaggio pericoloso e ostile all’uomo che li circonda, viene vista dagli abitanti del posto come un’espressione a sua volta naturale, quasi inevitabile: qualcosa da cui stare alla larga, se possibile, o da contenere, tutt’al più. Perfino le istituzioni sembrano impotenti e quasi rassegnate: “O trovate un altro modo di vivere – gli dice a un certo punto un giudice – oppure vi trovate un altro posto al mondo per viverci”. L’immutabilità è l’unica forma, se non di comprensione, certamente di conoscenza possibile.
E così Lester si avvia alla distruzione, come travolto da sé stesso, nell’indifferenza della natura: “Aveva deciso di continuare il suo viaggio perché tornare indietro non si poteva, e quel giorno il mondo era bello come lo era stato tutti i giorni fin dal principio, e lui viaggiava verso la morte”. Il male – suggerisce McCarthy con l’estrema crudezza della sua lingua scarnificata, depurata di tutti gli orpelli – è un’entità immanente al mondo stesso così com’è: non è la manifestazione, come si tende a credere troppo spesso, di una forma di disagio, di un disadattamento, ma al contrario è la perfetta integrazione dell’uomo nella natura, della sua indifferente refrattarietà a ogni cambiamento, di cui sono testimoni, nell’ultima scena del romanzo, i succiacapre (gli uccelli-vampiro, secondo antiche leggende) che si alzano in volo “battendo furiosi le ali, gli occhi rossi come gemme alla luce dei fari”.
GIUDIZIO: ***

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
«All’inizio degli anni Quaranta, quando i miei primi racconti gialli furono accolti sulle pagine di riviste come “Dime Mystery Magazine”, “Detective Tales” e “Black Mask”, non preoccuparono minimamente i grandi del genere, da Hammett e Chandler a James M. Cain. In realtà, non li avrebbero impensieriti neanche in seguito, e io non ho mai rappresentato un pericolo per nessuno». Fa professione di modestia Ray Bradbury in un’introduzione scritta a distanza di molti decenni a Omicidi d’annata, raccolta di alcuni suoi racconti: quindici, per la precisione, pubblicati inizialmente, ossia tra il 1944 e il 1948, sui cosiddetti pulp magazine, le riviste americane a poco prezzo che prendono il nome dalla carta scadente su cui erano stampate (pulp è la polpa dell’albero), ma che legano poi il loro successo al genere che da loro deriva. In realtà, a voler ben vedere, il pulp è un genere assai ampio, considerato che le riviste dell’epoca pubblicavano cose molto diverse tra loro (anche sul piano della qualità!): se proprio vogliamo trovare un minimo comune denominatore, esso forse si deve rintracciare nella crudezza dello stile, nella scrittura spesso brutale, diretta, priva di fronzoli.
Per uno scrittore di talento come Bradbury, all’epoca poco più che ventenne, i testi raccolti in Omicidi d’annata vanno considerati, a suo stesso giudizio, “vari tentativi per farmi le ossa”; in altri termini i racconti, da Il piccolo assassino, dove una mamma teme l’istinto omicida del suo neonato (Bradbury lo considera “uno dei migliori racconti che abbia scritto in qualsiasi campo”), a Il teschio di zucchero, dove uno scrittore americano indaga in Messico sulla misteriosa scomparsa di un suo connazionale, rappresentano un formidabile apprendistato. Lo scrittore, destinato ad affermarsi nella fantascienza, si rivela, a dispetto delle dichiarazioni, perfettamente a suo agio con le diverse sfumature del giallo, dal whodunit alla Ellery Queen all’hard boiled alla Chandler.
Se il racconto della violenza diventa una cifra distintiva della letteratura americana di genere (e non solo) almeno dagli anni Trenta, se ne possono rinvenire precedenti anche in tutt’altro campo: la poesia di Edgar Lee Masters, poesia con una forte componente narrativa. Mettendo al centro dell’Antologia di Spoon River le storie degli uomini e delle donne sepolte in un cimitero di una piccola comunità nell’America di provincia, ecco più volte fare capolino, negli epitaffi scritti dagli stessi defunti, esempi di morte violenta, magari ipocritamente nascosta sotto i metri di terra gettati a ricoprire le tombe. È il caso della seguente poesia, testimonianza anche di quanto indelebilmente la violenza sia inscritta nella storia fondativa degli Stati Uniti:
I proibizionisti mi elessero Maresciallo del paese
quando bandirono i saloons,
perché quand’ero un uomo che beveva,
prima che frequentassi la chiesa, uccisi uno svedese
alla segheria vicino al Boschetto di Aceri.
E volevano un uomo da incuter soggezione,
truce, giusto, forte coraggioso,
uno che avesse in odio i saloons e gli ubriaconi,
per mantenere l’ordine e la legge nel villaggio.
Mi diedero un bastone con la punta di metallo
con cui colpii Jack McGuire
prima che lui estraesse la pistola che mi uccise.
I proibizionisti spesero i loro soldi invano
per impiccarlo, poiché in un sogno
apparsi di fronte a uno dei dodici giurati
e gli raccontai tutta la mia storia segreta.
Quattordici anni erano abbastanza per avermi ucciso.
Rimandiamo all’epitaffio di Jack McGuire, che segue nell’Antologia, per scoprire la versione dei fatti della vittima, specie in merito al motivo per cui, anziché la pena di morte, fu condannato al carcere.

Testi citati
Ray Bradbury – OMICIDI D’ANNATA (1984)
Edgar Lee Masters – IL MARESCIALLO DEL PAESE, in “Antologia di Spoon River” – traduzione di Letizia Ciotti Miller (1915)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana