L’ENIGMA DELL’ARRIVO – Vidiadhar Surajprasad Naipaul

# 386 – Vidiadhar Surajprasad Naipaul – L’ENIGMA DELL’ARRIVO (Adelphi, 2016, ediz. orig. 1987, pagg. 412)

Suddivisi in cinque parti, i ricordi dell’Autore fanno da filo conduttore di questo strano e originale romanzo (così viene definito sul frontespizio di Adelphi: “Un romanzo in cinque parti”): dal suo primo viaggio fuori dalla natia Trinidad, nel 1950, quando aveva appena 18 anni, alla decisione di andare a vivere in un cottage nel Wiltshire, vicino alla arcana Stonehenge, senza dimenticare la rievocazione dell’impatto con città come New York e Londra e il racconto dei primi, fugaci amori e delle ansie legate alla volontà di diventare uno scrittore, e di dedicare la propria vita alle lettere, iscrivendosi a Oxford con una borsa di studio. Sarà, alla fine, un lutto familiare a riportare Naipaul a Trinidad, moltissimi anni dopo quel primo viaggio, e a condurlo a stilare un bilancio della sua stessa esistenza e della sua attività di scrittore, tra sogni realizzati e perenni insoddisfazioni, tra paesaggi sospesi tra narrativa e pittura e  atmosfere tratteggiate per minuscoli tocchi (del cottage ci vengono descritti sin nei minimi dettagli tutti gli “attorno”, compresa la grande villa padronale, e vengono scolpite le figure dei lavoranti e dei vicini di casa, dai governanti Mr. e Mrs. Phillips al burbero giardiniere Pitton, dal simpatico e sfortunato Jack, che abita nella casa accanto a quella dell’Autore, al più scostante noleggiatore di auto Bray, fino al collega scrittore Alan, che frequenta la villa, e allo sfuggente padrone dell’intera tenuta, un uomo anziano, afflitto da mille malattie e spesso allettato). 

Premio Nobel per la letteratura nel 2001 con una delle motivazioni più ridicole mai partorite dall’Accademia svedese (“Per aver unito una descrizione percettiva ad un esame accurato incorruttibile costringendoci a vedere la presenza di storie soppresse”: bah!), Vidiadhar Surajprasad Naipaul (1932 – 2018) è stato uno scrittore molto particolare, fin dalle sue origini: indiano, ma nativo di Trinidad, si formò in Inghilterra e girò il mondo in modo quasi inesausto, finendo per essere considerato (e per considerarsi) uno “sradicato”, un uomo senza una reale patria. Non era propriamente un caraibico, né per aspetto né per cultura, eppure la sua conoscenza di Trinidad e del mondo centramericano è evidente; era di cultura induista, ma non è mai stato un credente; era inglese (e fu persino insignito del titolo di baronetto, evidentemente per meriti letterari) ma d’importazione, per così dire. Insomma, una figura autoriale così sfuggente poteva non partorire libri altrettanto sfuggenti?

Indubbiamente occorrerebbe aver letto altro per offrire di Naipaul un giudizio complessivo. Il sottoscritto, avendo letto finora solo questo “Enigma dell’arrivo”, attratto più dal titolo dechirichiano che da altro, è costretto a sospendere il giudizio sull’Autore e sulla correttezza o meno di assegnargli un Nobel. Quello che posso fare è concentrarmi sul libro e farne una disamina sincera.

Ebbene, “L’enigma dell’arrivo” soffre anzitutto di una drammatica mancanza di trama, come si intuiva dalla quarta di copertina e da quel sottotitolo che abbiamo già citato, “un romanzo in cinque parti”. Quando un editore sente il bisogno di specificare che si tratta di un romanzo, il libro è da guardare con un certo sospetto. E infatti il titolo di romanzo, non me ne voglia Naipaul, è nettamente usurpato. “L’enigma dell’arrivo” è un memoir, più che un romanzo, è un libro ondivago e indeciso, indubbiamente ben scritto (per quanto le ripetizioni siano troppe, sia riguardo ai caratteri dei personaggi, sia per la frequenza di certe locuzioni, delle quali l’Autore sembra essere innamorato) ma anche terribilmente irrisolto e privo di forma, lento e cesellato, incapace di arrivare al dunque perché il “dunque” non esiste, a meno che non si prenda per buono l’approdo finale, nel quale – ancora una volta – è la morte a farla da padrona, tema non certo nuovissimo, e da un premio Nobel che ci costringe “a vedere la presenza di storie soppresse” (di nuovo: bah!) era lecito, francamente, aspettarsi di più. La scrittura è quella di un uomo intelligente e sensibile, lo stile – al netto delle non sempre apprezzabili ripetizioni (non ho contato il numero di volte in cui compare la “siepe frangivento” nella descrizione del paesaggio inglese attorno al cottage) – è denso e viscoso, ha una consistenza tutta sua e indubbiamente molto personale, e le osservazioni sul mondo, sulle persone e sulla storia, pur non essendo epocali, non sono neppure così banali o scontate.

Giorgio De Chirico, “L’enigma dell’arrivo e del pomeriggio” (1911)

Su tutto, però, aleggia lo spettro di un intellettualismo fin troppo sbandierato, di un “proustismo” voluto e cercato, ma non sorretto da adeguati mezzi tecnici, perché Naipaul avrebbe ben dovuto sapere, sulla base della sua cultura oxoniense, che non basta moltiplicare le pagine descrittive o pennellare anche i più minuscoli tratti caratteriali dei personaggi per poter dire di saper scrivere come Proust.

La verità è che “L’enigma dell’arrivo” si legge sperando costantemente in una rivelazione che, però, non arriva mai, e si giunge alla fine senza aver ben capito che cosa si è letto, in definitiva. Era forse l’intento dell’Autore, quello di rendersi indecifrabile? In questo caso, ci scusiamo umilmente di non aver recepito la “descrizione percettiva unita ad un esame accurato incorruttibile” (bah…) e di esserci – purtroppo – annoiati non poco (cosa che non succede con Proust, nonostante una lunghezza più che quadrupla). Sfortunatamente, di questo arrivo resta indecifrato l’enigma, e l’unica verità che emerge dal libro è che, ancora una volta, il premio Nobel è l’ultima cosa cui badare quando si sceglie un Autore da leggere. E non ce ne vogliano gli svedesi.                   

(Recensione scritta ascoltando Sergej Vasil’evič Rachmaninov, “Concerto per pianoforte n. 3 in Re minore”)

PREGI:
la scrittura è indubbiamente di qualità, è l’espressione compiuta di un uomo che ha studiato e che conosce la storia e la letteratura, e che ha praticato non poco anche la vita, grazie ai viaggi e alle sue bizzarre e miscellanee origini. Colto e raffinato, Naipaul è uno scrittore che vale la pena scoprire, anche se non per gli assurdi e criptici motivi suggeriti dalla fantomatica commissione del Nobel

DIFETTI:
privo di baricentro e troppo capzioso e cesellato, è un libro che si lascia leggere (a patto che si abbia la pazienza di portarlo a termine) ma che lascia davvero poco nel lettore, se non l’impressione sgradevole di un talento che si è fatto prendere la mano e ha preteso troppo da sé stesso 

CITAZIONE:
“Lunga era stata la preparazione al mestiere delle lettere! E poi avevo scoperto che essere uno scrittore non è (come credevo) una posizione […] che si raggiunge e nella quale si rimane. Il mestiere delle lettere comporta una sua angoscia particolare: il tempo mi ha sempre allontanato da quanto ho scritto, a dispetto della fatica, a dispetto delle sfide e delle soddisfazioni creative.” (pag. 125)

GIUDIZIO SINTETICO: **

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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1/2
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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO