Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 205
LA RUSSIA, MADRE E MATRIGNA
Storie dolorose di guerre, di emigrazione, di disumana prigionia, ma anche di esaltazione della patria e soprattutto di nostalgia
Irène Némirovsky – COME LE MOSCHE D’AUTUNNO (1931)
Di cosa parla: Tat’jana Ivanovna è l’anziana nutrice della nobile famiglia Karin. Nel 1916, allo scoppio della Prima guerra mondiale, i giovani Kirill e Jurij, due dei quattro figli di Nikolaj Alexandrovič e Elena Vassilievna, partono per il fronte. Due anni dopo, con l’inizio della guerra civile, la famiglia è costretta a trasferirsi a Odessa, mentre Kirill e Jurij finiscono in prigione. Sarà proprio Tat’jana Ivanovna, rimasta nell’antica casa, a riaccogliere Jurij quando, braccato dall’Armata Rossa, ritornerà. E sarà sempre lei ad aiutare gli altri membri della famiglia ridotti in miseria ponendo le condizioni per la fuga in Francia, a Marsiglia e poi a Parigi, dove i Karin e la stessa Tat’jana tenteranno di cominciare una nuova vita…
Commento: Come trarre partito dalla propria vita per fare letteratura e non autobiografismo. La vicenda alla base di questo racconto lungo o romanzo breve di Irène Némirovsky è facilmente rintracciabile nelle peripezie che portarono la famiglia della scrittrice a lasciare l’Unione Sovietica nel 1918 a causa della taglia che i soviet misero sulla testa del padre (uomo d’affari ebreo-ucraino, zarista). I Némirovsky, dopo un soggiorno in Finlandia e in Svezia, ripiegarono in Francia e si stabilirono infine a Parigi; all’epoca dei fatti Irène aveva quindici anni. Fin qui le somiglianze tra la realtà e l’invenzione romanzesca. La forza del racconto sta, però, innanzitutto nel punto di vista da cui la vicenda viene narrata: scegliendo di fare dell’anziana nutrice il personaggio centrale, l’autrice offre uno sguardo laterale sulla storia (e anche sulla Storia). Se, infatti, Tat’jana Ivanovna è parte della famiglia Karin, e, anzi, in ragione della sua età, è la vera memoria della famiglia, al cui servizio si trova fin dalla generazione precedente, per altro verso ne è anche un corpo estraneo, in virtù della sua appartenenza sociale alla classe dei servitori. Sono i suoi occhi e il suo cuore ad assistere sgomenti alla fine di un mondo e allo sradicamento imposto dall’abbandono della terra natia.
Laddove gli altri membri della famiglia finiscono per essere travolti tragicamente dagli eventi oppure sembrano lasciarsi sopravvivere chiusi in una sorta di apatia rispetto alla realtà esterna, sono cioè ridotti come le mosche d’autunno del titolo, che sbattono contro i vetri e trascinano le ali senza vita, Tat’jana Ivanovna non può sottrarsi alla sofferenza della memoria. Solo lei è dolorosamente consapevole di quanto accade perché solo in lei i ricordi si fanno strazio, tormento. La vecchiaia acuisce nell’anziana donna l’atrocità dei cambiamenti che i tempi impongono con la brutalità di cui solo la Storia sa essere capace. E così nella lacerante malinconia di fondo Irène Némirovsky trova la felice misura di un racconto che, fino al commovente finale, riesce a trattenersi da inutili sentimentalismi e a evitare toni melodrammatici: una tragedia, come ha insegnato Simenon, non ha bisogno di aggettivi.
GIUDIZIO: ***

Varlam Tichonovič Šalamov – I RACCONTI DELLA KOLYMA (1973)
Di cosa parla: L’autore fu arrestato il 12 gennaio 1937 per “attività trockiste contro-rivoluzionarie” dagli uomini dell’NKVD, il Commissariato del popolo per gli affari interni dell’Unione Sovietica. Condannato a cinque anni di detenzione, fu mandato nella regione della Kolyma, nell’estremo nord-est dell’URSS. Vi rimarrà per diciassette anni, fino al 1953. L’esperienza all’interno del campo di concentramento trova espressione in una mole impressionante di racconti scritti nell’arco dei vent’anni successivi alla liberazione.
Commento: Sono ben 145 i racconti: divisi in sei cicli, tracciano un itinerario di vita e di letteratura unico e tormentato, anche per le vicende biografiche ed editoriali che, a liberazione avvenuta, segnarono la sorte dell’autore. Osteggiata in patria, dove pure Šalamov pubblicò sillogi di poesie, l’opera conobbe diffusione all’estero, su riviste di emigrazione russa, ma in modo frammentario e non in forma integrale, come lo scrittore avrebbe voluto. Offuscato in Occidente (la prima edizione apparve a Londra nel 1978) dai riconoscimenti conferiti all’altro autore che aveva messo al centro della sua monumentale opera, Arcipelago Gulag, l’universo concentrazionario sovietico, ossia Alexandr Solženicyn (con cui i rapporti si incrinarono), Šalamov finì negli anni Settanta per isolarsi, tanto da finire i suoi giorni in un ospedale psichiatrico nel 1982. Due sono i filoni portanti dei racconti: il primo è quello, più propriamente testimoniale, che narra la vita dei prigionieri dei Lager, abbrutiti da uno sfruttamento schiavistico che calpesta ogni residuo di dignità (l’iscrizione posta, per regolamento, all’ingresso di tutti i campi ha sinistre affinità con la più nota scritta di Auschwitz: recita, con la stessa crudele ironia, che “il lavoro è motivo di onore, gloria, coraggio ed eroismo”).
Le possibilità stesse di sopravvivere sono residuali, come testimonia il racconto Epitaffio, dove l’autore snocciola in una sorta di elenco-litania un triste e peraltro parziale rosario di vittime della Kolyma. Un luogo che priva i prigionieri, nel momento stesso in cui vi finiscono, di ogni legame con il resto del mondo (la famiglia era costretta a rinnegare i propri parenti: lo fece anche la figlia di Šalamov), costringendoli a fraternizzare da un lato, ma pure a diffidare degli altri (complice la presenza nel campo anche dei blatnye, i criminali comuni, che, con il consenso delle autorità del campo, esercitano il loro dispotico e violento potere sui fraery, i “fessi”, ossia i prigionieri politici) e comunque a fare i conti con la solitudine. L’altro filo conduttore del racconto, indistricabile dal primo, è quello della natura della Kolyma.
È qui che Šalamov mostra forse la sua più autentica vocazione di scrittore: sono pagine bellissime quelle in cui l’autore dipinge i paesaggi della regione: è una natura ostile, per le terribili condizioni climatiche (le temperature arrivano fino a 50° sottozero), ma anche chiusa in una sua pungente indifferenza, che si riflette nell’asprezza della tundra e della taiga, con i loro ghiacci, la neve e la stenta vegetazione, riassunta quasi interamente in un alberello sempreverde, il mugo. I due piani, umano e naturale, finiscono così per saldarsi e rispecchiarsi l’uno nell’altro, a sancire un doppio livello di prigionia, di soffocamento, di allontanamento e rimozione: la Kolyma e il “Crematorio Bianco” (così era stato denominato il complesso di campi di concentramento) sono un tutt’uno, un unico inferno – non si dimentichi che il fondo dell’Inferno dantesco non è occupato dalle fiamme ma dai ghiacci del Cocito – da cui non c’è scampo. Un luogo-non luogo segnato innanzitutto e per sempre dalla sua stessa segregazione dal mondo, ossia dalla radicale e definitiva impossibilità di comunicazione con l’esterno. Perché, come dice Šalamov, “quello che ho visto io, un uomo non lo deve sapere, né vedere”.
GIUDIZIO: ***½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
Nella storia novecentesca della Russia, piena di tormentose e radicali trasformazioni, non c’è stato forse autore che ne abbia incarnato le dolorose contraddizioni meglio di Vladimir Majakovskij. “Poeta della Rivoluzione”, egli è stato il cantore inesausto della nuova patria uscita dai rivolgimenti che, dal 1917, hanno segnato, in un crescendo di ambiguità e anche di crudeltà, tutta la storia a venire di un Paese che si è sempre riconosciuto, dagli albori della sua esistenza, non solo nelle dimensioni di un impero, ma nella smisurata estensione di un vero e proprio continente a sé. La tentazione di vedere i drammatici cascami di questa visione nelle recenti vicende che la interessano è forte, ma qui rimaniamo alla letteratura e, tornando a Majakovskij, lo scandalo che lo riguarda è ancora degno di attenzione: è possibile, leggendo i suoi versi, coniugare l’ammirazione per la grandezza poetica con lo sdegno che suscita la celebrazione di quel complesso di vicende che portarono alla nascita e poi all’affermazione di uno dei regimi più scellerati dell’ultimo secolo? Certo, non si possono attribuire a Majakovskij colpe specifiche, tanto meno rispetto a eventi accaduti ben oltre la sua morte (avvenuta, per suicidio, nel 1930), eppure la lettura di alcuni suoi testi, inneggianti al trionfo della Rivoluzione lascia ancora oggi spazio a una certa inquietudine, specie quando – è il caso della poesia seguente – si predichi la necessità di schiacciare, con ogni mezzo, i suoi nemici, i “filistei”, i “borghesucci”, insomma la “canaglia”:
Gloria, Gloria, Gloria agli eroi!!!
Del resto
abbiamo loro tributato
i dovuti onori.
Ora
parleremo
della canaglia.
Si sono placate le tempeste dei grembi rivoluzionari.
Si è coperto di melma il miscuglio sovietico.
Ed è strisciato fuori
dalla schiena dell’RSFSR
il ceffo
del piccolo borghese.
(Non vorrete prendermi in parola,
io non sono contro il ceto borghese.
Ai borghesucci
Senza distinzione di classi e di ceti
il mio panegirico.)
Da tutte le immense pianure russe
sin dal giorno della nascita sovietica
sono confluiti,
mutando in fretta il piumaggio,
per insediarsi in tutte le istituzioni.
Con il sedere incallito da cinque anni d’inerzia,
robusti come lavandini,
vivono ancor oggi,
più cheti dell’acqua.
Si sono arredati comodi salottini e camerette.
E a sera
Questo o quel gaglioffo,
guardando
la moglie che studia il piano,
dice,
spossato dall’afa del samovar:
«Compagna Nadja!
Per la festa ci tocca un aumento —
24 mila,
secondo la tariffa.
Eh,
mi comprerò
un paio di brachesse da Oceano Pacifico,
voglio far capolino
dai calzoni
corre un banco di corallo!»
Nadja a sua volta:
«Ed io abiti con emblemi.
Senza falce e martello non puoi comparire nel mondo!
In che veste
Figurerò
quest’oggi
al ballo del Revvoensoviet?!»
Alla parete Marx.
La cornicetta è rossa.
Accucciato sulle «Izvestija», si riscalda un gattino.
E di sotto il soffitto
schiamazza
un canarino scatenato.
Marx dalla parete guarda a lungo…
E a un tratto
spalanca la bocca
e si mette a gridare:
«Ha ingarbugliata la rivoluzione l’ordito del filisteismo.
Più tremendo di Vrangel’ è il costume borghese.
Svelti,
torcete il collo ai canarini,
perché il comunismo
dai canarini non sia sopraffatto!».
Toccata dal magistero poetico di Majakovskij e tragicamente segnata anch’essa dal suicidio, ma distante sul piano delle idee, fu la parabola umana e artistica di Marina Cvetaeva, che, negli anni della Rivoluzione e della guerra civile tra Bianchi e Rossi si schierò dalla parte sbagliata (il marito era un ufficiale dell’Armata Bianca) e, invisa pertanto al regime vincitore, fu costretta a emigrare in Francia; tornò in Russia, diventata nel frattempo Unione Sovietica, solo diversi anni dopo per scoprire che il marito, cui sperava di ricongiungersi, era stato fucilato e la figlia era stata inviata in un campo di lavoro. Se la disperazione la condusse al suicidio, la nostalgia della patria, prima dell’amaro ritorno, è nei suoi versi davvero dolorosa, confinata com’è nella tremenda solitudine cui gli eventi familiari l’avevano esposta:
Nostalgia della patria! Da tempo
smascherata molestia!
Per me assolutamente fa lo stesso
dove – assolutamente sola
trovarmi, per quali sassi a casa
trascinarmi con la borsa della spesa,
in una casa che nemmeno sa ch’è – mia,
come un ospedale o una caserma.
Per me fa lo stesso fra quali
persone rizzare il pelo come un leone
prigioniero, da quale ambiente
essere espulsa –immancabilmente –
dentro di me, nel privato dei sentimenti.
Orso della Kamciatka senza banchisa,
dove non acclimatarmi (né mi sforzo!);
dove umiliarmi – per me fa lo stesso.
Non mi farò illudere nemmeno dalla lingua
natia, dal suo latteo appello.
Per me è indifferente in quale lingua
non essere capita dal primo incontrato!
(da un lettore di tonnellate di giornali
divoratore, mungitore di dicerie…)
del ventesimo secolo – è lui,
ma io arrivo ad ogni secolo!
In catalessi, come una trave
superstite di un viale,
per me tutti sono uguali, e tutto – eguale,
e, può darsi, di tutto più indifferente
quel che era nativo – più di tutto.
Da me tutti i segni, tutti i marchi,
tutte le date – sono scomparsi:
anima nata – in un qualsiasi dove.
Così il mio paese non mi ha avuta cara,
che anche il più perspicace sbirro,
lungo tutta l’anima – tutta per traverso! –
non rintraccerà neo di nascita!
Ogni casa mi è straniera, ogni tempio vuoto,
e fa lo stesso e tutto è uguale.
Ma se lungo una strada un arbusto
appare, specialmente un sorbo…

Testi citati
Vladimir Majakovskij – DELLA CANAGLIA – traduzione di Angelo Maria Repellino (1921)
Marina Cvetaeva – NOSTALGIA DELLA PATRIA! DA TEMPO… – traduzione di Pietro Antonio Zveteremich (1934)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana