Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 209
NON È UN GIOCO!
Quando scherzare può essere pericoloso
E.C.R. Lorac – MISTERO A NOTTING HILL (1937)
Di cosa parla: Londra. A casa di Bruce Attleton, scrittore un tempo di successo, e di sua moglie Sybilla, attrice ancora di grido, è riunito un gruppo di amici. Tra gli argomenti di discussione qualcuno avanza una domanda curiosa: se uccidessi qualcuno, come ne nasconderesti il corpo per non farti scoprire? Nessuno si ricorderebbe di quel gioco di società se, nei giorni successivi, non si verificasse una catena di eventi misteriosi: la scomparsa di Attleton durante un viaggio a Parigi, il rinvenimento del suo passaporto e della sua valigia in un edificio abbandonato di Notting Hill e, infine, la scoperta, nello stesso luogo, di un cadavere senza testa e senza mani, murato all’interno di una parete. Le indagini per l’ispettore Macdonald sono un rompicapo in apparenza insolubile…
Commento: Ci vuole più mestiere di quanto si creda per scrivere un romanzo di genere che, a distanza di quasi novant’anni, sappia conservare una sufficiente credibilità. Un po’ di polvere, sia chiaro, si è depositata su questo come su altri polizieschi della cosiddetta Golden Age del giallo classico (grosso modo tra gli anni Venti e gli anni Quaranta del Novecento). L’ambientazione londinese (di una Londra splendente e ideale come probabilmente non è mai stata), i personaggi (tutti di una classe sociale ormai estinta, quella che coniugava ricchezza, eleganza e una sovrana indifferenza per la realtà), persino il metodo di indagine (rigorosamente deduttivo, con la necessità di far tornare tutti i conti: indizi, movente, opportunità): tutto insomma è come messo in posa, a beneficio del lettore. A onore del vero, l’autrice (vero nome Edith Caroline Rivett), prolifica come poche (scrisse con due pseudonimi una settantina di libri), si tiene alla larga da eccessi e complicazioni, rimanendo nel solco di quello che potremmo definire il “realismo del genere”. A dispetto, cioè, delle convenzioni di cui abbiamo detto, la storia ha tutta l’apparenza di una vicenda verosimile, anche in virtù dello stile piano con cui viene raccontata. È il vero mistero dei gialli classici: per i detrattori i difetti sembrano incancellabili e la polvere del tempo fa il resto (il ritmo latita e la noia prevale), per gli estimatori quello che conta è la credibilità dell’enigma, il fatto che tutto quadri, l’equo scambio tra fatica fatta (poca) e risultato finale. La facilità però di lettura non inganni: basta poco a far crollare l’equilibrio precario su cui si regge la finzione. E così, è vero che il romanzo non brilla per originalità, ma tiene dall’inizio alla fine e bisogna riconoscere che è tutto merito del mestiere dell’autrice.
GIUDIZIO: **

Patricia Highsmith – L’AMICO AMERICANO (1974)
Di cosa parla: Quando Reeves Minot cerca di persuadere Tom Ripley ad assassinare, per suo conto, due persone, quest’ultimo rifiuta la proposta ma, per non deludere il suo concittadino (entrambi sono americani, ma risiedono, rispettivamente, in Germania e in Francia), gli indica il nome di un uomo che potrebbe essere disponibile ad accettare. Si tratta di un corniciaio inglese, anche lui residente in Francia, dove vive con la moglie e un figlioletto: il suo nome è Jonathan Trevanny, che Ripley ha conosciuto un mese prima a una festa. L’inglese è affetto da una forma di leucemia destinata a portarlo alla morte nel giro di qualche anno: per convincerlo, sostiene Ripley, basta fargli credere che la malattia si sia aggravata e che, in cambio degli omicidi, riceverà una grossa somma di denaro, che si rivelerà assai utile alla sua famiglia quando lui non ci sarà più…
Commento: «Ma perché tutti, Jonathan compreso, erano sempre convinti che lui fosse capace di trovare una soluzione per ogni cosa? Tom pensava spesso che già aveva il suo daffare per tenere se stesso fuori dai guai». Siamo ben oltre la metà quando l’autrice esplicita questo dubbio, a beneficio di noi lettori, all’unico scopo di farci capire quanto sia stata brava a tenerci incollati a una storia assurda fin dal principio, eppure resa verosimile dalla capacità di dare il giusto spessore alle psicologie dei personaggi. A partire, naturalmente, da Jonathan Trevanny, un uomo qualunque che finisce per farsi coinvolgere in una storia più grande di lui senza che sembri rendersi conto delle conseguenze. E poco importa che, all’inizio di tutto, ci sia una forzatura (Tom Ripley fa il suo nome e, nonostante la sua evidente inadeguatezza, Reeves Minot lo assolda su due piedi alla sua causa).
Il punto è che in un thriller la verosimiglianza non è tutto. O, meglio, la realtà può essere in qualche modo, almeno in parte, piegata alle esigenze del racconto: quello che importa è che, alla lunga, i conti tornino. E nel nostro caso, non si può non ammettere quanto Highsmith sappia, in questo terzo romanzo della serie di Tom Ripley, tornare agli splendori narrativi del primo, dopo qualche cedimento nel secondo capitolo. E se, rispetto ai libri precedenti, Tom perde in ambiguità, qui tutta l’attenzione viene calamitata da Trevanny, dai suoi terribili dilemmi di uomo malato: la sua debolezza, fisica e morale, ne fa risaltare la natura di vero eroe del romanzo. Un eroe che è tale per la solitudine in cui finisce per trovarsi, incapace, perché già condannato in partenza dalla malattia mortale da cui è segnato, di decidere, di fare scelte che non siano anch’esse già tragicamente fallimentari. È in nome di questa sua disperata sfida alla morte che Trevanny mette in moto la catena di vicende che, con ineluttabile fatalità, travolgerà lui e le persone intorno a lui. Il titolo italiano, che mette in primo piano (piuttosto incomprensibilmente) il personaggio di Reeves Minot, è lo stesso del celebre film di Wim Wenders, uscito nel 1977, che in realtà contamina le trame del secondo e del terzo romanzo; in originale il libro è Ripley’s Game, che è anche il titolo della versione cinematografica realizzata da Liliana Cavani nel 2002.
GIUDIZIO: ***

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
Mai giocare col fuoco! Lo sa bene Simone, la medium parigina che nel racconto L’ultima seduta di Agatha Christie vorrebbe convincere il fidanzato e futuro sposo Raoul, di professione ingegnere, a smetterla con le sedute spiritiche. Certo, sono redditizie, ma a che prezzo? Il problema è che, per il momento, bisogna onorare la promessa fatta a Madame Exe. Eppure è proprio lei la fonte di inquietudine maggiore, anzi di vera e propria paura, per Simone: la donna ha perso la figlia, la piccola Amélie, e vuole mettersi in contatto con lei tramite la medium. Nella seduta precedente, però, la materializzazione della bambina ha messo a dura prova Simone, che proprio per questo vorrebbe smettere. Dopo l’ultima seduta, naturalmente. L’azzardo di Simone – si dirà – è in fondo un sacrificio d’amore, ma Agatha Christie, che, da regina del giallo classico, riconduce sempre il sovrannaturale a pretesto narrativo, smascherandone la sostanziale natura di trucco in favore del trionfo della razionalità (si veda, ad esempio, il romanzo Un messaggio dagli spiriti), qui lascia intendere che basta il potere di suggestione a giocare brutti scherzi, come sarà chiaro dagli effetti prodotti dall’ultima seduta sui protagonisti, in particolare su Raoul.
Che l’amore possa anche essere un gioco pericoloso è una ovvietà da sempre, come dimostrava, tra gli altri, più di duemila anni fa Meleagro di Gadara, il più importante poeta dell’Antologia Palatina, la fondamentale raccolta di epigrammi greci dell’antichità. Ma il rimedio contro il rischioso gioco dell’amore, suggerisce Meleagro, è intrinseco all’amore stesso:
Ogni volta, di giorno o sera, quando
mi getto nelle braccia di Cidilla,
so d’essere sull’orlo d’un abisso
e so che gioco su un colpo di dadi
la mia testa. Ma ciò a che vale? Quando
sei in mano di Eros diventi coraggioso;
nemmeno in sogno conosci la paura.

Testi citati
Agatha Christie – L’ULTIMA SEDUTA (1926)
Meleagro di Gadara – OGNI VOLTA, DI GIORNO O SERA, QUANDO – traduzione di Salvatore Quasimodo (II-I secolo a.C.)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana