LECTIO BREVIS / 215

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 215
CHE STRANO!
Il lato assurdo della letteratura

Carter Dickson – IL MISTERO DELLE PENNE DI PAVONE (1937)

Di cosa parla: Quando l’ispettore capo di Scotland Yard Humphrey Masters, riceve un biglietto con uno strano invito, ha ben motivo di preoccuparsi. Il testo recita, infatti: “Dieci tazze da tè vi attendono in Berwick Terrace n. 4, mercoledì 31 luglio alle 5 pomeridiane. È rispettosamente richiesta la presenza della polizia metropolitana”. Il fatto è che, due anni prima, un invito analogo era stato il preludio di un omicidio rimasto insoluto. Così, Masters schiera un cospicuo numero di agenti per tenere sotto stretta sorveglianza la casa indicata nel biglietto. Ma, nonostante ciò, un delitto del tutto inspiegabile si consuma in una stanza in cui, apparentemente, c’era solo la vittima. A sbrogliare la matassa penserà Sir Henry Merrivale, chiamato subito in aiuto…

Commento: Il sesto caso di Sir Henry Merrivale, H.M. per gli affezionati lettori di Carter Dickson (al secolo John Dickson Carr), è una summa dello stile e della poetica del suo autore, ma ne rappresenta anche un esempio limite, forse tollerabile per gli appassionati del genere, sicuramente indigesto agli altri. L’enigma impossibile al centro del romanzo, variante dei classici delitti della camera chiusa, è di per sé ben costruito, anche se la soluzione è, a dir poco, faticosamente immaginabile. Quello che, però, non convince è l’accumulo di astruserie che fanno da contorno al crimine, dalle dieci tazze da tè alle penne di pavone del titolo (motivo decorativo delle tazze stesse e di un drappo prezioso trovato sulla scena del delitto), che non solo sembrano avere l’unico scopo di depistare, ma che, arrivati alla resa dei conti, ossia alla soluzione finale, sono motivo di più di una perplessità, gettando su alcuni personaggi un’ombra di ridicolo difficilmente perdonabile. Anche le indagini, per quanto H.M. ne rivendichi la linearità, non riescono del tutto convincenti. L’investigatore, a un certo punto, fa riferimento a una sua precedente dissertazione sui delitti della camera chiusa: a noi viene in mente quella del suo collega Gideon Fell nel capolavoro Le tre bare, pubblicato dall’autore con il suo vero nome solo un paio d’anni prima. Ripubblicato, di recente, con il titolo, meno filologico, Dieci tazze da tè.     

GIUDIZIO: **

Murakami Haruki – KAFKA SULLA SPIAGGIA (2002)

Di cosa parla: Tamura, un ragazzo di quindici anni di Tokyo, decide di scappare di casa, lasciando solo il padre; della madre, non ha ricordi, visto che lo ha abbandonato da piccolo. La destinazione del ragazzo, che si è scelto il soprannome di Kafka, è Takamastsu, nel sud del Giappone. Qui conoscerà Oshima e la signora Saeki, che lavorano in una piccola biblioteca, e farà i conti con una profezia che lo riguarda e lo metterà in condizione di capire molte cose della sua vita. Nel frattempo, anche Nakata, un vecchio analfabeta candido come un bambino e capace di parlare con i gatti, intraprende lo stesso viaggio a seguito dell’omicidio di un uomo, di cui si è reso responsabile senza volerlo. Insieme a un camionista di nome Hoshino incontrato lungo la strada, pure lui si troverà a compiere una misteriosa missione destinata a rimettere a posto molte cose…

Commento: “Potrebbe succedere qualcosa di strano.” “Se vuole sapere come la penso […] di cose strane ne sono già successe tante”. Il dialogo, a due terzi circa del libro, tra Nakata e Hoshino ben si presta a compendiare l’essenza del romanzo. Una congerie di “cose strane” (i personaggi lo osservano a più riprese), di assurdità, di fatti a dir poco stravaganti e incomprensibili. Sarà il caso di dire, fin da subito, che Murakami è bravissimo a incuriosire il lettore: lo fa, innanzitutto, intrecciando, nella prima parte, non solo le due storie parallele di Tamura e di Nakata (che naturalmente risulteranno legate tra loro), ma anche la vicenda di uno strano incidente accaduto durante la Seconda guerra mondiale, a seguito del quale si spiega la regressione di Nakata, all’epoca bambino. La curiosità viene continuamente tenuta desta dalla serie di interrogativi che si affastellano intorno a Tamura, al suo rapporto conflittuale con il padre e alla sua relazione ambigua con la signora Saeki: sfruttando esplicitamente i richiami al mito di Edipo, ma anche giocando sul soprannome scelto per sé dal ragazzo, all’origine anche dell’enigmatico brano musicale composto in gioventù dalla signora Saeki, il cui titolo, Kafka sulla spiaggia, è a sua volta ispirato a un quadro altrettanto misterioso, Murakami trascina gradualmente la storia dal piano della realtà a un livello diverso, in cui sogno, profezia, magia si intrecciano in modo inestricabile. In questo modo, i rimandi tra i due ambiti diventano via via meno solidi e si esplicitano in termini sfumati o allusivi (la metafora regna sovrana).

E così, se, nella seconda parte del romanzo, molto rischia di sfibrarsi in termini puramente narrativi e la storia pare un po’ avvolgersi su sé stessa, d’altronde il problema vero è quanto il ricorso insistito a una dimensione metaforica, cui non sono estranei anche certi dialoghi un po’ misticheggianti, regga alla prova dei fatti. In altri termini, il punto è quanto certe trovate (assurde e indubbiamente capaci di fare centro anche sul lettore più avvezzo alle astruserie) siano leggibili, nell’economia del romanzo, come simboli, segni, metafore appunto, o quanto rischino di essere ridicole e basta. I pesci o le sanguisughe che cadono dal cielo, i dialoghi con i gatti, i personaggi di Johnnie Walker e del colonnello Sanders sono apprezzabili parti dell’immaginazione romanzesca o sono espressione di un umorismo che può far sollevare almeno un sopracciglio? Personalmente, nutriamo qualche perplessità e, pur non negando che il libro ha un’originalità visionaria che a tratti può richiamare il cinema di David Lynch, restiamo convinti che Murakami esprima il meglio di sé quando tiene a freno certi slanci della fantasia e esprime la sua vena filosofica in forme più contenute.    

GIUDIZIO: **½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

Diciamolo subito: le stranezze possono essere la salvezza della letteratura. A dispetto della riuscita complessiva, è senz’altro apprezzabile la ricerca di linee narrative o anche non narrative lontane dalle strade più tradizionali. A patto, però, di non peccare di presunzione, di non affezionarsi troppo alle proprie idee, di mantenere, se possibile, un minimo di ironia. Confessiamo, pertanto, la nostra passione per gli autori che hanno saputo fare della stranezza materia per grande letteratura: per limitarci ai primi nomi che ci sovvengono, Rabelais, Sterne, Beckett, Queneau, Landolfi, Wilcock.

In ambito poetico, l’omaggio più doveroso va reso al fiorentino Domenico di Giovanni, meglio noto con il soprannome di Burchiello, derivato dal genere da lui praticato e reso celebre, i cosiddetti sonetti “alla burchia”, ossia “a caso, alla rinfusa” (così si caricavano i “burchi”, imbarcazioni per il trasporto fluviale di merci). Forma estrema di parodia della poesia colta, i sonetti di Burchiello, tutti caudati (cioè con un’aggiunta finale), giocano sull’accostamento apparentemente casuale di termini e immagini in grado di stordire e provocare effetti di comicità, come comprova il suo testo più noto:

Nominativi fritti e mappamondi
e l’arca di Noè fra duo colonne
cantavan tutti ‘Kyrieleisonne’
per la ’nfluenza de’ taglier mal tondi.

La luna mi dicea “Ché non rispondi?”.
E io risposi “I’ temo di Giansonne,
però ch’i’ odo che ’l dïaquilonne
è buona cosa a fare i cape’ biondi”.

Et però le testuggine e’ tartufi
m’hanno posto l’assedio alle calcagne,
dicendo:”Noi vogliàn che tu ti stufi”,

e questo sanno tutte le castagne:
perché al dì d’oggi son sì grassi e gufi
c’ognun non vuol mostrar le suo magagne.

E vidi le lasagne
andare a Prato a vedere il sudario,
e ciascuna portava lo ’nventario.    

L’accostamento più facile (anche se forse qualche cautela è doverosa) porta a vedere nei sonetti quattrocenteschi del Burchiello il modello del nonsense, la poesia che troverà un suo pieno sviluppo nell’Ottocento anglosassone con i limerick di Edward Lear e l’opera di Lewis Carroll. Nei libri con Alice, che anticipano, per certi versi, il surrealismo, le stranezze, com’è noto, abbondano: nel primo capitolo di Attraverso lo specchio si trova uno dei più famosi nonsense, che la protagonista, in un primo tempo, non riesce a decifrare ritenendo che sia scritto in una lingua a lei sconosciuta; in realtà la poesia è in un Libro dello Specchio e, per essere letta, deve essere messa appunto davanti a uno specchio. Ma se le parole ora sono leggibili, il significato resta oscuro, tanto che, arrivata alla fine, Alice lo trova “molto grazioso”, ma “abbastanza difficile da capire”, perché – chiosa il narratore – “non volle confessare, nemmeno a se stessa, di non averne decifrato una sillaba”. La poesia si intitola, in inglese, Jabberwocky; la traduzione italiana, comprensibilmente, oscilla tra “Ciciarampa” e “Ciarlestrona” o “Ciarlestroniana” (to jabber equivale a “chiacchierare”):

Era brillosto, e i tospi agìluti
facean girelli nella civa;
tutti i paprussi erano mélacri,
ed il trugòn striniva.

«Ma bada al Ciarlestrone, o figlio!
Con fauci e denti ti rinserra.
Del Giuggio uccèl bada all’artiglio,
e al frumio Bandafferra!»

Il figlio impugna, il brando vòrpido,
in cerca del mansone va;
e giunto dei Tontoni all’albero
fermo e perplesso sta.

Qui mentre sosta in pensier bellici
l’occhidibragia Ciarlestrone
si sonfla nella selva tulgida,
bollando nell’azione!

Un, dué! Un, dué! E poi daccapo,
il brando vòrpido schidiatta!
Morto il nemico, col suo capo
galonfa alla ritratta.

«Il Ciarlestrone hai schiantato?
Qua che t’abbracci, o raggioso!
Callò! Callài! Giorno fregiato!»
quei stripetò, gioioso.

Era brillosto, e i tospi agìluti
facean girelli nella civa;
tutti i paprussi erano mélacri,
ed il trugòn striniva.

Testi citati
Burchiello – NOMINATIVI FRITTI E MAPPAMONDI (prima metà del XV secolo)
Lewis Carroll – CHARLESTRONIANA, in “Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò” – traduzione di Masolino d’Amico (1871)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi pi˘ negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO