L’UOMO CHE VOLEVA UCCIDERMI – Yoshida Shūichi

# 162 – Yoshida Shūichi – L’UOMO CHE VOLEVA UCCIDERMI (Feltrinelli, 2017, ediz. orig. 2007, pagg. 333)

Ishibashi Yoshino, impiegata (insoddisfatta) presso una compagnia di assicurazioni che la manda in giro a cercare sottoscrizioni alle polizze, viene trovata morta nell’oscuro, inquietante scenario del valico di Mitsuse, noto per essere stato, in passato, teatro di strani avvistamenti e apparizioni fantasmatiche. Ma non c’è nulla di fantasmatico nella morte di Yoshino, che conduceva una doppia vita e incontrava, anche per denaro, uomini contattati su internet: uno di essi può averla uccisa? Chi avrebbe dovuto incontrare la sera in cui è morta? Attorno a queste ossessive domande ruotano le vicende di alcuni personaggi accomunati dalla solitudine e dal tentativo disperato di trovare amore e comprensione, e di dare così un senso a un’esistenza che spesso si riduce al lavoro e alla ritualità del quotidiano.

Non è un vero giallo, questo libro del pluripremiato Autore giapponese Yoshida Shūichi: è, piuttosto, l’affresco a tinte fosche di un Giappone freddo e crudele, fatto di rapporti impossibili (Yoshino mente alle amiche millantando una storia con l’affascinante Masuo, quando in realtà deve incontrare il meno attraente Yūichi) e di feroci inganni (come quello di cui finisce vittima l’anziana nonna di Yūichi, Fusae, cui una combriccola di truffatori sottrae i risparmi di una vita), di grigiore lavorativo (nessuno nel libro sembra soddisfatto della propria vita) e di sogni d’evasione irrealizzabili.

Insomma, quella che emerge dal romanzo è una società solo all’apparenza levigata e moderna, attraversata in realtà da tensioni e rimozioni e, soprattutto, caratterizzata da un cuore cattivo e indifferente, fatto di maldicenze e sospetti, di rabbie represse e inaccettabili disillusioni. In questo panorama, la trama gialla è relegata in secondo piano, quasi nascosta tra le pieghe di un libro corale, fitto di personaggi e di vicende che si intrecciano, per approdare a una sorta di finale unitario che non salva nessuno, e che ha se non altro il coraggio di una certa durezza. Ebbene, se fin qui potreste esservi fatti l’idea di un libro notevole, devo disilludervi, perché “L’uomo che voleva uccidermi” (il cui titolo originale è l’assai più semplice “Akunin”, che significa “uomo malvagio”) è in realtà un romanzo a due facce: se la seconda parte è decisamente interessante e incalzante, incentrata com’è sulla struggente storia d’amore tra i fuggiaschi Yūichi e Mitsuyo, la prima è incredibilmente lenta e noiosa, aggrappata com’è alla figura (che l’Autore non si sforza minimamente di rendere simpatica al lettore) della vittima, Yoshino, insignificante ragazza priva di appeal che solo sui siti di incontri trova relazioni a proposito delle quali poi mente alle amiche, insignificanti e pettegole quanto lei.

Shūichi cerca di imitare, nello stile, i gialli scandinavi alla Stieg Larsson, che a loro volta – parliamoci chiaro – imitano i thriller americani dei vari Thomas Harris, Tom Clancy, Michael Connolly e via dicendo. Insomma, che attrattiva può avere un raggelato thriller giapponese ricalcato su modelli internazionali triti e ritriti, veri e propri libri fatti in serie? Inutile dire che siamo ad anni luce dalla spesso folgorante originalità di un Murakami. Shūichi ha altre ambizioni, è vero, non gli interessa il mondo fantasmagorico del suo più celebre collega, bensì la cruda e fredda realtà di un Giappone triste e provinciale. Eppure, anche l’Autore di “L’uomo che voleva uccidermi” sente il bisogno, a un certo punto, di evocare il fantasma della sua vittima (in una scena, peraltro, abbastanza riuscita!) contaminando così il libro proprio con le suggestioni alle quali sembrava voler sfuggire.

E alla fine, l’impressione è che qualcosa di buono ci sia, in questo turbinio di personaggi e di Io narranti (che spesso entrano nella narrazione senza preavviso, ex abrupto), ma non certo abbastanza perché si possa parlare di un capolavoro. Se l’affresco complessivo è tutto sommato convincente, la piattezza espositiva di vari passaggi (si pensi alle lunghe, sconcertanti descrizioni del sistema stradale giapponese!) e la poca incisività dello stile sono altresì evidenti, e il risultato è un libro che avrebbe potuto essere un gioiellino di suspense e di tensione, ma che si accontenta alla fine di ricalcare, con poche iniezioni di originalità, modelli arcinoti e perlopiù non brillanti.                  

(Recensione scritta ascoltando i London Grammar, “How Does It Feel”)

PREGI:
la seconda parte, che racconta una fuga impossibile, e il finale non consolatorio riscattano in parte il deludente attacco, e contribuiscono a strutturare un libro che, se si fosse limitato a raccontare l’indagine sulla morte di Yoshino, sarebbe stato probabilmente da bocciare senza appello

DIFETTI:
uno stile che a tratti lascia basiti per quanto è piatto e banale, e per quanto scelga le soluzioni formali più facili, e la quasi totale assenza di colpi di scena e svolte nella trama. Inoltre, la prima parte affastella nomi (giapponesi, quindi piuttosto difficili da imparare per il lettore europeo) e personaggi in modo quasi compulsivo, col risultato che non si crea reale empatia nei confronti di nessuno  

CITAZIONE:
“Non gliene importava niente del sesso. Voleva abbracciare qualcuno. Erano anni che cercava qualcuno da abbracciare. Questo è ciò che pensò Mitsuyo guardando Yūichi che camminava davanti a lei. È questo ciò che provo, è la verità, gli avrebbe voluto dire.” (pag. 179)

GIUDIZIO SINTETICO: **

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO