LECTIO BREVIS / 66

Appunti e spunti minimi su libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 66
LA FINZIONE DELLA STORIA

UN CLASSICO: “La figlia del capitano” di Aleksandr Sergeevič Puškin
UN GIALLO: “C’era una volta” di Agatha Christie
DALLO SCAFFALE: “La mossa del cavallo” di Andrea Camilleri  
LECTIO BREVISSIMA: “La morte di Cicerone” di Fruttero & Lucentini

UN CLASSICO
“D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura” (Italo Calvino)

Aleksandr Sergeevič Puškin – LA FIGLIA DEL CAPITANO (ediz. orig. 1836)

Di cosa parla: Pëtr Andréevič Grinëv, figlio di un ufficiale a riposo, viene avviato dal padre fin da piccolo alla carriera militare. Una volta cresciuto, viene mandato a svolgere il servizio militare a Orenburg, presso un antico compagno d’armi del padre. Lungo la strada, Pëtr Andréevič si imbatte in un vagabondo che lo aiuta a mettersi in salvo da una bufera di neve: il giovane lo ricompensa e riparte. Giunto a destinazione, viene inviato a una fortezza in mezzo alla steppa: qui si innamora della figlia del comandante, Mar’ja Ivànovna, ma presto dovrà fare i conti con gli assalti di un gruppo di ribelli cosacchi, guidati da Pugačëv, che scoprirà essere una sua vecchia conoscenza…

Commento: Romanzo storico (le vicende si collocano nella seconda metà del Settecento; l’insurrezione di Pugačëv si colloca nel 1773-1774, ai tempi di Caterina II), è probabilmente uno dei testi chiave per penetrare l’anima del Romanticismo russo, impregnato di un lirismo e di uno spirito nazionale del tutto peculiari. Puškin, fondatore della letteratura russa moderna, intreccia con perfetta padronanza stilistica sul telaio della storia patria (e, nello specifico, di una delle sue pagine più crude e sanguinarie) una vicenda d’amore puro e passionale, offrendo un modello che, se da un lato rimanda alla sua profonda vocazione di poeta, dall’altro fornirà spunti a tanti autori a venire, da Gogol’ a Tolstòj, fino a Pasternak.

GIUDIZIO: ***

UN GIALLO
“Il romanzo poliziesco è un gioco intellettuale; anzi uno sport addirittura” (S.S. Van Dine)

Agatha Christie – C’ERA UNA VOLTA (ediz. orig. 1944)

Di cosa parla: Tebe, antico Egitto. 2000 a.C. Al suo ritorno nella casa paterna, dopo la morte del marito, la giovane Renisenb, figlia di Imothep, sacerdote del dio Ka, trova un clima tutt’altro che sereno. Ai contrasti tra i suoi tre fratelli, alimentati anche dalle mogli dei due più grandi, si aggiungono le tensioni derivanti dall’arrivo della giovanissima Nofret, la nuova concubina di Imothep. La ragazza sembra fare di tutto, con la sua sfrontatezza, per attrarre su di sé gelosie e risentimenti. Così, nessuno pare davvero addolorato quando Nofret viene trovata morta, probabilmente assassinata. Ma gli omicidi sono appena cominciati…

Commento: La frequentazione dell’Egitto, al seguito del secondo marito, archeologo, è alla base dell’ispirazione di questo romanzo, anomalo nella produzione della Christie. La stessa autrice spiegava, però, che “sia il luogo sia il tempo non sono essenziali al racconto”. E in effetti la storia non trae particolari vantaggi dall’ambientazione e, sebbene tutto scorra con la linearità cui la scrittrice ha abituato i suoi lettori, l’impressione è che il divertissement funzioni, a patto che resti tale. Sarà che degli antichi abbiamo un’immagine idealizzata, sarà che l’omicidio ci sembra un frutto della società borghese, la stessa da cui nasce il romanzo (non solo il poliziesco), ma per gli esperimenti di questo tipo ci vuole la complessità post-moderna di almeno un Umberto Eco.  

GIUDIZIO: **½

DALLO SCAFFALE
“La Biblioteca è così enorme che ogni riduzione d’origine umana risulta infinitesima” (Jorge Luis Borges)

Andrea Camilleri – LA MOSSA DEL CAVALLO (ediz. orig. 1999)

Di cosa parla: 1877. A Montelusa è arrivato il nuovo ispettore ai molini, Giovanni Bovara, siciliano d’origine ma genovese d’adozione (la famiglia si era trasferita, quando lui era piccolo dalla natia Vigata al capoluogo ligure). I due ispettori precedenti sono morti in circostanze poco chiare e, in un contesto già reso opaco da episodi di corruzioni, Bovara ci mette poco a scoprire una fitta trama di malaffare intessuta dal capomafia locale. La sua volontà di combattere il sistema finisce per scontrarsi con la realtà e ben presto le cose rischiano di mettersi male anche per lui…

Commento: Prendendo spunto da un fatto di cronaca dell’epoca (l’episodio, avvenuto nella zona di Enna, è riportato nel saggio Politica e mafia di Leopoldo Fiacchetti del 1876), Camilleri, seguendo la lezione di Sciascia, affida a una trama in buona parte poliziesca (al centro del romanzo c’è anche il delitto di un prete) il compito di offrire un affresco della Sicilia irretita nei grovigli dell’omertà connaturata all’ambiente mafioso. Come il capitano Bellodi, protagonista de Il giorno della civetta, anche Bovara veste i panni del funzionario dello Stato che, venuto dal Nord, impara a fare i conti con i codici della malavita locale; ben diversa però è la conclusione delle due vicende, con la “mossa del cavallo” dell’ispettore ai molini che ribadisce come il registro del romanzo di Camilleri (in sintonia con le sue scelte linguistiche) non sia propriamente quello della tragedia ma piuttosto della farsa.     

GIUDIZIO: ***

LECTIO BREVISSIMA

Fruttero & Lucentini – LA MORTE DI CICERONE (1995)

Lo spunto, stando alla dichiarazione gli autori, “da sempre lettori di Cicerone” (perché – sono sempre parole loro – “nessuno dei grandi uomini dell’antichità c’è mai parso più vicino, più congeniale, più affascinante di lui”) è il frammento 59 dei libri perduti di Livio. Lo sviluppo di questo “racconto sceneggiato”, composto di due atti teatrali, tanto brevi quanto folgoranti, è tutto merito della magnifica coppia della letteratura italiana. Nel primo atto, una guida turistica illustra i luoghi in cui potrebbe essere morto Cicerone. Nel secondo, l’oratore romano attende, nella sua villa di Formia, i sicari mandati da Antonio per ucciderlo; nel frattempo si intrattiene con il liberto Tirone e la schiava Prisca, discutendo, tra l’altro, di Ulisse e di che cosa gli abbiano detto le Sirene. Perché “tutta la vita pensi ad arredarti”, ma solo alla fine ti accorgi che l’essenziale ti è sfuggito.