LECTIO BREVIS / 85

Appunti e spunti minimi su libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 85
AVREI PREFERENZA DI NO ovvero APATIA, INDOLENZA E ALTRE FACCE DELL’OZIO

UN CLASSICO: “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville
UN GIALLO: “Il misterioso signor Quin” di Agatha Christie
DALLO SCAFFALE: “Murphy” di Samuel Beckett  
LECTIO BREVISSIMA: “Elogio dell’ozio” di Robert Louis Stevenson

UN CLASSICO
“D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura” (Italo Calvino)

Herman Melville – BARTLEBY LO SCRIVANO (ediz. orig. 1853)

Di cosa parla: Un avvocato titolare di uno studio legale di Wall Street, a New York, ha tre dipendenti, dai curiosi soprannomi: due scrivani inglesi, l’anziano e fidato Turkey e il giovane Nippers, e un fattorino, Ginger Nut. Quando la sua attività si amplia, le necessità imposte dall’aumento del lavoro lo portano ad assumere un terzo scrivano: si tratta di Bartleby, il quale si presenta, dopo aver risposto a un annuncio, nell’ufficio di Wall Street. Inizialmente, egli esegue con scrupolo e alacrità il lavoro che gli viene assegnato, ma un giorno, all’invito del titolare a procedere alla revisione dei documenti copiati, replica che preferirebbe di no. Da allora, i suoi rifiuti, pacati ma fermi, diventeranno l’unica risposta a tutte le richieste che gli verranno rivolte…

Commento: “I would prefer not to”: il mistero del racconto, tra i più belli mai scritti di ogni tempo (e tra i meno apprezzati all’epoca dell’uscita, come, d’altronde, accadde a quasi tutta l’opera di Melville, autore, a sua volta, tra i più sfortunati di sempre, sul piano personale e letterario), è tutto nelle poche parole che delineano la figura del protagonista. Figura quanto mai sfuggente, trincerata indefinitamente dietro la sua apatia, che lo porta a trascorrere ore a contemplare il muro cieco fuori dalla finestra dell’ufficio, senza fornire motivazioni del suo immobilismo e del suo rifiuto categorico. Che, essendo, al contempo, anche rifiuto di scrivere, lascia intendere lo scarto che Melville sta imprimendo alla letteratura già proiettata, a metà dell’Ottocento, verso quell’afasia, quell’incapacità di definire con sicura precisione le sue storie e i suoi personaggi che saranno tipiche del secolo successivo. Non a caso, il racconto richiama già Kafka o Beckett. La storia dello scrivano (struggente come poche nel finale) è, in fondo, la vicenda dell’uomo che non sa o non vuole, non può o non intende comunicare in un mondo travolto da altre esigenze e da altri interessi (la Wall Street della finanza è ancora lontana, ma non troppo), nel quale si sta disarticolando proprio la parola intesa come logos, espressione di una ragione e di un sentimento, ossia innanzitutto di intenzione e volontà. “I would prefer not to”: è l’esistere l’unico assurdo mistero.  

GIUDIZIO: ****

UN GIALLO
“Il romanzo poliziesco è un gioco intellettuale; anzi uno sport addirittura” (S.S. Van Dine)

Agatha Christie – IL MISTERIOSO SIGNOR QUIN (ediz. orig. 1930)

Di cosa parla: È la notte di San Silvestro e in casa Evesham un gruppo di ospiti assortiti si mette a discutere della morte del precedente padrone di casa, Derek Capel, che pare essersi suicidato senza motivo. Tra i presenti figura anche il signor Satterthwaite, ma sarà l’arrivo di un estraneo, Harley Quin, che chiede momentanea ospitalità a causa di un problema alla macchina, a imprimere una svolta alla serata: anche lui aveva conosciuto Capel e, guidando la conversazione, riuscirà a ricostruire le circostanze della sua morte, sciogliendo il mistero e rivelando una verità inaspettata…

Commento: È la trama del primo dei dodici racconti che compongono la raccolta, tenuta insieme dalla presenza di due personaggi fissi: oltre al signor Quin, presenza enigmatica e quasi fantasmatica (appare e scompare in modo quasi magico, soprattutto negli ultimi racconti), a fare da legame tra le diverse storie c’è la figura, ben più definita, del signor Satterthwaite, anziano gentiluomo che di fatto è il risolutore dei misteri in cui si trova perlopiù fortuitamente coinvolto. Come ha scritto Alex R. Falzon, se caratteristica peculiare dei detective di Agatha Christie è “la loro indole profondamente passiva e spaventosamente sedentaria”, di questo tipo umano Satterthwaite è il campione: “pigro impenitente che preferisce farsi piombare le cose addosso, piuttosto che andarsele a cercare” (il suo stesso nome evoca indolenza, suonando all’incirca in inglese come “si sedette lì ad aspettare”), egli diventa il vero protagonista dei racconti, che, con il procedere del libro, vedono Quin in un ruolo sempre più impalpabile e marginale, fino a farlo evaporare alla fine in una maschera evanescente. Il punto di forza del libro sono piuttosto le storie, per quanto Agatha Christie alterni vicende propriamente gialle, le più riuscite e originali, ad altre, meno appassionanti, in cui dà più libero sfogo alla vena di scrittrice rosa che coltivò, proprio a partire dallo stesso 1930, nei romanzi scritti sotto lo pseudonimo di Mary Westmacott.

GIUDIZIO: **½

DALLO SCAFFALE
“La Biblioteca è così enorme che ogni riduzione d’origine umana risulta infinitesima” (Jorge Luis Borges)

Samuel Beckett – MURPHY (ediz. orig. 1938)

Di cosa parla: L’irlandese Murphy vive nell’apatia, passando le sue giornate in solitudine su una sedia a dondolo. Non lo scuote neanche la sua amante, la prostituta Celia, che vorrebbe convivere con lui e lo spinge a cercarsi un lavoro. Ma Murphy, che si affida per le sue scelte all’oroscopo di un santone indiano, rimanda. Nel frattempo sono in molti a cercarlo: Neary, suo ex professore, il quale ama la signorina Counihan, che, innamorata a sua volta di Murphy, è disposta a contraccambiarlo solo qualora egli riesca a dimostrare che lo stesso Murphy è morto…

Commento: Il terzo romanzo di Beckett, che ebbe travagliate vicissitudini sia di stesura sia di pubblicazione, da un lato recepisce, nella disarticolazione e nella frammentazione narrativa, le novità del romanzo moderno: le influenze più esplicite non possono che essere quelle del conterraneo Joyce, di cui Beckett fu assistente e l’amore della cui figlia, Lucia, promettente ballerina affetta da seri disturbi psichici (verrà curata anche da Carl Gustav Jung), egli non corrispose. Per altro verso, nella figura di Murphy Beckett annuncia il tema di fondo delle sue successive e più note opere teatrali: l’estraneità dell’uomo contemporaneo rispetto alla realtà che sembra sottrarsi a ogni pretesa di controllo, a partire da quello del linguaggio, rendendosi beffardamente indecifrabile, anche quando tutto sembra alla portata (come rivela il fallimento della ricerca di Murphy e il finale, beffardo, della storia). Lettura impervia; incipit programmaticamente mirabile: “Il sole splendeva, senza possibilità di alternative, sul niente di nuovo”:

GIUDIZIO: ***

LECTIO BREVISSIMA

Robert Louis Stevenson – ELOGIO DELL’OZIO (1877)

 “La cosiddetta pigrizia, che non consiste nel non far nulla, ma nel fare tanto di quel che i dogmatici formulari della classe dirigente non riconoscono, possiede un pari diritto ad affermare le sue prerogative di quante ne abbia l’operosità stessa”. In una società dominata dal mito dell’attivismo produttivo e dell’inseguimento del profitto, la ricerca della felicità è possibile solo abbandonandosi all’ozio, fin da giovani, quando l’apprendimento informale che deriva dal contatto con la natura vale molto di più delle troppe ore passate sui libri. La tesi, che piacerebbe a tanti pedagogisti di oggi, è degna di dibattito. Anche se da uno degli scrittori più felicemente febbrili (visse solo 44 anni e l’elenco delle sue opere, composte negli ultimi 17 anni della sua esistenza, è notevolissimo) tutto ci si potrebbe attendere tranne un elogio dell’ozio. Il libello, in realtà, è molto scarno e non particolarmente originale. Manca, peraltro, proprio un chiarimento sulla letteratura: se rientra cioè nell’ozio o se, al contrario, non sia anch’essa una fatica, indotta dalla necessità di guadagnarsi da vivere. Chiedere, al riguardo, al Martin Eden di Jack London, o a Stevenson stesso.