# 212 – Murakami Ryū – BLU QUASI TRASPARENTE (Atmosphere Libri, 2020, ediz. orig. 1976, pagg. 165)
Ryū e i suoi amici (l’eroinomane Okinawa, il violento e squilibrato Yoshiyama, il fotografo Kazuo) e con loro le ragazze Kei, aspirante modella, Moko, Reiko e soprattutto Lily – con la quale Ryū ha un rapporto privilegiato – passano la vita a bere, a farsi di ogni sostanza che trovano, dalla semplice colla da sniffare agli psicofarmaci fino all’eroina, e a organizzare party con i soldati americani (preferibilmente di colore) della vicina base aeronautica di Yokota. Durante questi festini a base di alcool, droga e sesso i militari abusano impunemente delle ragazze giapponesi, ben felici di assaggiare il gusto “esotico” degli occidentali, ma incuranti (soprattutto Kei) delle gelosie che questo provoca nello squinternato gruppetto di giovani. E così, quando Yoshiyama passerà il segno e picchierà Kei quasi fino ad ammazzarla, il gruppo esploderà e (forse) i suoi membri finiranno per instradarsi sulla via della normalità, accettando quelle convenzioni sociali – particolarmente opprimenti nel Giappone degli anni Settanta – per sfuggire alle quali si erano dati all’alcool e alla droga.
Vero e proprio spaccato generazionale, romanzo d’esordio allucinante e violentissimo di quel Murakami Ryū che sarebbe diventato, nei vent’anni successivi, uno dei più importanti scrittori e registi giapponesi, “Blu quasi trasparente” non sfugge, a mio avviso, a una definizione che mi capita abbastanza spesso di utilizzare: è un libro, secondo me, più importante che bello. Sull’importanza di un testo simile, pubblicato nel Giappone del 1976, non ci piove: Murakami rompe con ogni tradizione e convenzione letteraria del suo Paese (e non solo…) costruendo un romanzo breve allucinatorio e durissimo, realistico fino all’estremo eppure, proprio per questo, aperto a squarci di una sensorialità esasperata, con passaggi che rasentano l’allucinante nitore espressivo di un “Pasto nudo”, per intenderci. Nulla di simile a ciò cui i nipponici erano abituati, in ambito letterario.
Infatti il libro fu un discreto shock, alla sua uscita, e si aggiudicò due premi molto ambiti, tra cui (con maggioranza risicatissima) l’Akutagawa, il premio letterario più importante in assoluto del Giappone. Cosa fu premiato? Indubbiamente il coraggio di un libro che, senza prendere posizione (il narratore, in prima persona, è Ryū, palese alter ego dell’Autore), racconta la tossicodipendenza e il degrado dall’interno, senza fare sconti e senza indorare la pillola, ma anzi, costringendo il lettore a mandare giù di tutto, dagli appartamenti mezzi sfasciati, usati a mo’ di bivacco dal gruppetto di eroinomani, ai festini a base di sesso (anche omosessuale) tra soldati americani e ragazzi del posto, dall’aggressività vuota e immotivata (vedi la scena della donna assalita e quasi violentata sulla metropolitana) all’autolesionismo di chi, pur di sentirsi vivo, sarebbe disposto a morire (“Ammazzami!” grida Lily a Ryū mentre si rotolano nell’erba fangosa della piana che attornia la base aeronautica dalla quale decollano i caccia, coi vapori del carburante ad altissimo numero di ottani che inebria e stordisce i ragazzi).
Tutto trascritto, più che raccontato, senza filtri e con un’immediatezza che sconvolse, nel 1976, il sonnacchioso pubblico giapponese, assuefatto a opere magari raffinate e intelligenti, ma anche calligrafiche e tutto sommato prevedibili (con l’eccezione di uno Yukio Mishima, forse, schierato però dalla parte della tradizione e del nazionalismo, laddove Ryū Murakami era una voce più giovane e fresca, aperta a una modernizzazione di usi e costumi di cui “Blu quasi trasparente” sembra essere il manifesto). Ecco, alla fine l’ho detto, il termine tanto temuto: manifesto. Perché non nascondiamocelo: quando un libro assurge a questa definizione, o è un capolavoro assoluto e senza tempo, oppure è un testo talmente immerso nel suo tempo, talmente legato alla sua stagione di appartenenza da risultare, fatalmente, un po’ datato a chi lo leggerà a venti, trenta o quarant’anni di distanza. In questo caso, siamo quasi a cinquanta, il che non significa che “Blu quasi trasparente” sia un libro cattivo o deludente, e neanche incomprensibile (per quanto, ovviamente, un giapponese si ritroverà assai di più in certi passaggi e in certe descrizioni).
Pur restando un discreto pugno nello stomaco per le scene di sesso e di violenza, nonché per la descrizione degli effetti delle droghe pesanti su chi le consuma (“Trainspotting” sembra quasi una bambinata, al confronto!), il libro di Murakami, così ostentatamente privo di una trama classicamente intesa, così aggrappato all’evocazione oggettiva e crudele della sequela di sensazioni fisiche provate dal protagonista nel suo viaggio non tanto al termine, quanto piuttosto nel cuore della notte, rimane un oggetto letterario non identificato né identificabile, un romanzo dai toni accesi ma dai personaggi (volutamente) di nessuno spessore, del tutto incapace di approdare ad alcunché (ulteriore dettaglio che deve aver generato molta inquietudine in lettori abituati a trovare una “morale” alla fine di ogni libro!) e zeppo di sgradevolezze mai compiaciute, è vero, ma anche ripetitive e a tratti stucchevoli (si pensi all’insistenza sui cibi andati a male e sulle consistenze di oggetti e materie organiche varie con cui gli sbandati protagonisti vengono a contatto).
Sensoriale e materico, bandiera di una generazione di giapponesi refrattaria alle regole di una tradizione invecchiata e obsoleta, “Blu quasi trasparente” è un grido disarticolato più che un romanzo, una testimonianza più che un racconto, uno squarcio improvviso, decontestualizzato e brutale su una realtà che ha in sé tanto il degrado quanto l’innocenza, tanto la volontà di autodistruzione quanto l’ambizione alla rinascita e alla felicità, e il finale sospeso e (pallidamente) luminoso, filtrato da un blu (malinconico) fattosi quasi trasparente, appunto, è il fatale non-approdo di un libro-enigma che resterà nella memoria di molti, nonostante (o forse proprio per) la sua sbandierata imperfezione, il suo costituzionale squilibrio.

(Recensione scritta ascoltando i Röyksopp, “Profound Mysteries”)
PREGI:
di pochi altri libri di questa entità (poco più di 150 pagine) ho sottolineato così tanti passaggi, segno inequivocabile di una scrittura efficace, perlomeno nella resa delle immagini e delle sensazioni. Libro privo di uno “ieri” quanto di un “domani”, “Blu quasi trasparente” sembra scaturire dal nulla, galleggia nella coscienza come un UFO letterario per meno di duecento pagine e svanisce alla fine in una dissolvenza (al blu) mesta e irrisolta, lasciando una traccia indelebile di malinconia e disillusione
DIFETTI:
oggettivamente (e volutamente) sgradevole, il libro trova i suoi difetti sull’altro lato dei pregi: personaggi ostentatamente privi di spessore, scene (di droga e sesso) palesemente improntate alla volontà di sconvolgere il sistema di valori del lettore, assenza di trama propriamente detta (a meno che non si consideri la storia d’amore tra Ryū e Lily come una trama, laddove è piuttosto una semplice ossatura). E, per concludere, una sensazione di inutilità profonda, la precisa impressione di stare facendo un viaggio che – lo si capisce benissimo – non condurrà da nessuna parte
CITAZIONE:
“Mi accorgo che il mio cuore batte tremendamente lento. Anche il mio membro, impugnato dalla ragazza nera, si muove a scatti, quasi al ritmo delle pulsazioni. Sembra davvero che soltanto il cuore e il pene, uniti strettamente, siano in funzione e che tutti gli altri organi si siano liquefatti.” (pag. 62)
GIUDIZIO SINTETICO: **½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana