LECTIO BREVIS / 98

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 98
L’ULTIMO GESTO (E LE ULTIME PAROLE)
Suicidi letterari e non: quando la vita diventa insopportabile

John Dickson Carr – GIDEON FELL E IL CASO DEI SUICIDI (1941)

Di cosa parla: Alan Campbell parte da Londra per la Scozia, dove è atteso nel castello di Shira per un “consiglio di famiglia”, una riunione con parenti che lui non conosce. Giunto alla meta insieme alla cugina Kathryn, conosciuta sul treno, viene a sapere che lo zio Angus è morto da pochi giorni, precipitato misteriosamente dalla torre del castello. Suicidio o omicidio? Le indagini sono in corso: la stanza della torre era chiusa dall’interno, ma da sotto il letto del defunto pare scomparso un piccolo oggetto che era stato visto da una testimone. Sul posto però c’è anche il dottor Fell, esperto di misteri inspiegabili…

Commento: Il dilemma “omicidio o suicidio?” è un classico delle detective story: d’altronde, è ambizione di qualunque assassino che si rispetti provare a farla franca confondendo le acque e traendo in inganno l’investigatore; ma, se è vero che nel giallo a enigma buona parte del gioco consiste nel tentativo di sviare il lettore tessendogli trappole ad ogni pagina se non ad ogni riga, è altrettanto innegabile che il trucco “omicidio mascherato da suicidio” ha vita breve. D’altronde, come raccomandava Van Dine in una delle sue venti regole per scrivere romanzi gialli, “il delitto, in un romanzo poliziesco, non deve mai essere avvenuto per accidente: né deve scoprirsi che si tratta di suicidio. Terminare una odissea di indagini con una soluzione così irrisoria significa truffare bellamente il fiducioso e gentile lettore”. Non fa eccezione, naturalmente, neanche questo romanzo di Dickson Carr, l’indiscusso maestro dei delitti della camera chiusa, di cui qui vengono presentati ben due casi, entrambi interessanti (il primo forse più del secondo). La parte migliore del libro, però, è la prima: ottima l’atmosfera gotica (altro punto di forza dello scrittore americano), ben tratteggiati i personaggi principali. Altro pregio: la brevità del romanzo, che aggiunge sapore ai misteri da risolvere.  

GIUDIZIO: ***

Massimiliano Santarossa – VIAGGIO NELLA NOTTE (2012)

Di cosa parla: Dalle 6.17 (alba dell’ultimo sabato) alle 23.55, l’ultimo respiro, la cronaca tormentata e allucinata in tredici o quattordici tappe (se si comprende anche l’incubo che precede il finale) dell’ultimo giorno di un uomo che, esasperato dai ritmi disumani del lavoro in fabbrica e deluso dalle relazioni umane che hanno segnato la sua giovinezza, tra amicizie bruciate e amori consumati prima ancora di fiorire, ha deciso di porre fine alla propria vita…

Commento: Sulla pagina di wikipedia dedicata all’autore, il romanzo viene presentato tra quelli della “svolta post-moderna”. Ci scusiamo subito: non abbiamo letto i precedenti e, dunque, probabilmente, non siamo i migliori giudici della novità di questo, l’unico che abbia avuto la ventura di capitarci tra le mani. Anche se – citiamo sempre wikipedia (il sito dell’autore è dato per “non sicuro”) – abbiamo faticato a trovare tracce di una “narrazione più complessa, a tratti visionaria”, così come di “analisi dettagliate ed estremamente critiche sulla società nel suo complesso”; di conseguenza, ci deve essere sfuggita “la volontà dell’autore di narrare più a fondo possibile la crisi dell’essere umano nell’Occidente attuale”. Non avremmo, invece, difficoltà a enumerare le tare del romanzo: ad esempio, non ci è sembrata una scelta così felice quella di scomodare nel risvolto di copertina autori come Pasolini, Céline, Bianciardi se poi il risultato è un polpettone ridondante, monocorde, ripetitivo alla nausea. Ma, poiché abbiamo senso della misura, ci limiteremo a dire che, da “uno degli scrittori cult del nuovo realismo italiano” (lo abbiamo letto, se ricordiamo bene, nelle note di autopresentazione del libro), ci saremmo accontentati anche di qualcosa di meno post-moderno, e magari di meno pretenzioso, meno pesante, meno compiaciuto.

GIUDIZIO: °

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

Premessa: non faremo l’elenco di scrittori e scrittrici morti suicidi, non tanto per il timore, fondatissimo, di dimenticarne qualcuno, ma per evitare il noto equivoco che si ingenera in questi casi, ossia quello di credere di poter leggere tutta l’opera a ritroso come un’anticipazione della tragica fine. Indipendentemente dalle ragioni del gesto, e sempre ammesso che si possano illuminare gli abissi dell’animo umano (per approfondire, i testi di riferimento restano per noi due canzoni di Fabrizio De André, La ballata del Miché e Preghiera in gennaio, scritta in occasione della morte di Luigi Tenco), vorremmo comunque citare giusto un paio di poetesse che, anche volendo prescindere da facili letture psicologistiche, hanno raccontato nei loro testi un’infelicità esistenziale che non si può certo dire del tutto estranea alla loro vicenda biografica.

È il caso di Antonia Pozzi, che si uccise nel 1938 con una dose eccessiva di barbiturici a soli ventisei anni in preda a una “disperazione mortale” (così nel biglietto lasciato ai genitori che fecero di tutto per negare il suicidio e salvare la rispettabilità della famiglia). Aveva vent’anni quando descrisse la sua condizione in questi termini, nella poesia La porta che si chiude (tutta la sua opera fu pubblicata postuma):

“Tu lo vedi, sorella: io sono stanca,
stanca, logora, scossa,
come il pilastro d’un cancello angusto
al limitare d’un immenso cortile;
come un vecchio pilastro
che per tutta la vita
sia stato diga all’irruente fuga
d’una folla rinchiusa.
Oh, le parole prigioniere
che battono battono
furiosamente
alla porta dell’anima
e la porta dell’anima
che a palmo a palmo
spietatamente
si chiude!
Ed ogni giorno il varco si stringe
ed ogni giorno l’assalto è più duro.
E l’ultimo giorno
—io lo so—
l’ultimo giorno
quando un’unica lama di luce
pioverà dall’estremo spiraglio
dentro la tenebra,
allora sarà l’onda mostruosa,
l’urto tremendo,
l’urlo mortale
delle parole non nate
verso l’ultimo sogno di sole.
E poi,
dietro la porta per sempre chiusa,
sarà la notte intera,
la frescura,
il silenzio.
E poi, con le labbra serrate,
con gli occhi aperti
sull’arcano cielo dell’ombra,
sarà
—tu lo sai—
la pace.”

Antonia Pozzi (1912 – 1938)

Segnali di profonda inquietudine si leggono anche nell’opera della poetessa americana Sylvia Plath che si tolse la vita a trent’anni, nel 1963, a Londra infilando la testa nel forno a gas di casa. A un anno e mezzo prima del suicidio, quando la scrittrice era già preda della depressione che la accompagnò a lungo, risale la poesia Ultime parole (anche in questo caso pubblicata postuma):

“Non voglio una cassa qualunque, voglio un sarcofago
con striature di tigre e una faccia dipinta
tonda come la luna, con gli occhi sgranati in su.
Voglio sembrare che li guardo quando verranno
a scavarmi fra ottusi minerali e radici.
Già li vedo—pallide facce, a una distanza astrale.
Adesso non sono nulla, non sono nemmeno in fasce.
Li penso senza né padri né madri, come gli dei primigeni.
Si domanderanno se io sia stata importante.
Dovrei come frutta candire e conservare i miei giorni!
Il mio specchio si appanna—
ancora qualche fiato e non specchierà più niente del tutto.
I fiori e le facce si sbiancano come un lenzuolo.

Dello spirituale non mi fido. Sguscia via come vapore
nei sogni, per le fessure della bocca o degli occhi. Non posso
fermarlo, né mai tornerà. Ma non così le cose.
Loro restano, con quel piccolo brillìo particolare,
da tante mani scaldato, con un brusìo di piacere.
Se avrò freddo alle piante dei piedi,
mi consolerà l’occhio azzurro del mio turchese.
Siano con me le mie casseruole di rame, i miei vasi di coccio
mi fioriscano intorno notturni fiori, dal buon profumo.
Mi avvolgeranno nelle bende, deporranno il mio cuore
sotto i miei piedi in un bel pacchettino.
Non mi riconoscerò quasi. Sarà tutto buio,
ma ci sarà il fulgore di questi piccoli oggetti più dolce che il viso di Ishtar.”

Sylvia Plath (1932 – 1963)

Testi citati:
Antonia Pozzi – LA PORTA CHE SI CHIUDE, in “Parole” (1939)
Sylvia Plath – ULTIME PAROLE, in “Attraversando l’acqua” – traduzione di Giovanni Giudici (1971)