# 11 – Dante Virgili – LA DISTRUZIONE (Il Saggiatore, 2016, pag. 318)
Nella canicola dell’estate 1956, a Milano, si aggira un uomo terribile che lavora (malvolentieri) come correttore di bozze presso un quotidiano, e passa il tempo sognando di violentare donne e ragazzi, rimpiangendo Hitler e il Terzo Reich e augurandosi la distruzione dell’Occidente in una imminente – e da lui agognata – Terza Guerra Mondiale.
Okay, se decidete di non leggere questa recensione, credetemi, vi capirò. Perché non è assolutamente facile avvicinarsi a un libro come “La distruzione” di Dante Virgili, misterioso e misconosciuto autore di due sole opere pubblicate, negli anni Settanta, a suo nome, e del quale si sono perse tanto le tracce quanto la memoria. Almeno fino al 2016, quando Il Saggiatore ha deciso (con prefazione nientemeno che di Saviano!) di rispolverare questo sgradevole, repellente eppure a suo modo importante romanzo. Sì, perché “La distruzione”, uscito nel 1970, è – come ci informa il risvolto di copertina – “il primo romanzo italiano apertamente nazista”. E già questo è sufficiente a renderlo un documento storico, un oggetto curioso che vale la pena di scoprire anche, sia chiaro, per prenderne le distanze.
Non occorre certo essere d’accordo con Virgili, o col suo terrificante personaggio, per leggere il libro. Vera e propria incarnazione della quotidiana banalità del male, il protagonista è un uomo frustrato, che ha assaporato il potere – sotto l’occupazione nazista, visto che svolgeva il lavoro di interprete per i tedeschi – e non si rassegna all’idea di averlo perduto, come di aver perduto l’unico amore della sua vita, una ragazza di nome Bianca, conosciuta proprio negli anni roboanti (e per lui bellissimi) della guerra. L’Italia degli anni ’50 gli sta stretta, e la Crisi di Suez del 1956 gli appare come la grande occasione per un nuovo conflitto mondiale che cancelli un Occidente che gli appare già irrimediabilmente corrotto, debole e nauseante. E qui sta, se vogliamo, la grandezza di Virgili come scrittore: perché ammettiamolo, non era affatto facile, nel 1970, anzi, alla fine degli anni ’60, prevedere l’Occidente di oggi, diviso e pusillanime, preda del “politicamente corretto” e incapace di fare fronte alla spietatezza di pochi, pur disponendo della forza silenziosa di molti.
Eppure è proprio quello che Virgili, con la sua scrittura nervosa, spezzata, infarcita di frasi in tedesco, sgrammaticata e scorretta, riesce a fare: offre una terribile anticipazione di futuro, uno sguardo allucinato eppure fondamentalmente veritiero, talmente impregnato d’orrore da sembrare normale oppure, se preferite, capace di far capire quanto possa essere considerato normale l’orrore. “La distruzione” è tanto un viaggio in un’Italia che non c’è più quanto in una che, forse, non c’è ancora, ma che è dietro l’angolo; il lavoro di Virgili può essere tanto un documento d’epoca quanto una allucinante previsione (e qualcuno fa notare quanto vicina alle ben note immagini dell’11 settembre sia la scena descritta a pagina 125, con le “colonne di fuoco alte come i grattacieli” e le “torri crollanti in un orizzonte sconvolto il cielo brucia sopra New York”). Violento, brutale, angosciante, ma anche a suo modo furbo, per quanto cerca lo scandalo, il romanzo di Virgili è un “unicum” che bene ha fatto Il Saggiatore a recuperare e presentare, perché – e se ne accorgerà chi deciderà di leggerlo – è proprio leggendole che si possono disinnescare queste strane, misteriose “mine letterarie”, questi “casi estremi” di patologia trasformata in letteratura.
E’ leggendoli che si finisce per spiegarseli, e che si dà, forse, un senso all’esistenza assurda, grigia e dolorosa di un uomo come Dante Virgili, per il quale, a lettura ultimata, ma anche mentre si percorrono le sue cacofoniche pagine, non è possibile non provare una certa dose di compassione: per l’uomo, nato nel 1928 e morto in miseria nel 1992, ma anche per la sua parabola esistenziale, segnata da una volontà di potenza che probabilmente non è mai andata oltre le astiose e velenose parole scritte. Da segnalare, per chi fosse curioso di approfondirne la figura, il bel libro di Antonio Franchini, “Cronaca della fine” (Marsilio, 2003), che non solo dà informazioni su Virgili, ma ripercorre anche l’interessante storia editoriale dei suoi libri, vero e proprio spaccato di un modo di fare editoria che forse non c’è davvero più.
(Recensione scritta ascoltando Fabrizio De Andrè, “La domenica delle salme”)
PREGI:
il coraggio di proporre un libro così sgradevole ed estremo, sia contenutisticamente che stilisticamente
DIFETTI:
un mare: dalla continua spezzatura stilistica (al limite del “flusso di coscienza”) all’inserimento – ostentato e compiaciuto – di frasi in tedesco, come filtrassero direttamente dalla coscienza sconvolta del protagonista
CITAZIONE:
“In democrazia non esistono problemi se non fai soldi sei fottuto il concetto democratico Hitler di una gerarchia fondata sul denaro è una pazzia.” (pag. 126 )
GIUDIZIO SINTETICO: ?
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana