PREGHIERA PER UN AMICO – John Irving

# 124 – John Irving – PREGHIERA PER UN AMICO (Rizzoli, 1989, pagg. 590)

L’amicizia tra gli undicenni John Wheelwright e Owen Meany viene messa a durissima prova un giorno del 1953, quando il piccolo Owen (caratterizzato da una voce oltremodo squillante e da una statura innaturalmente ridotta), durante una partita di baseball, colpisce accidentalmente Tabitha Wheelwright, la mamma di John, con una palla tanto forte da ucciderla sul colpo. Una tragedia incredibile e inspiegabile, dalla quale però Owen non si lascia travolgere: convinto, da quel giorno, di essere una sorta di “strumento di Dio”, egli impronterà tutta la sua vita al tentativo di aderire a un disegno che solo lui può vedere (non per niente, sosterrà sempre di conoscere già la sua data di morte) e al rafforzamento dell’amicizia con John (la voce narrante del libro).

L’America, e in particolare il New England, rievocati da John Irving sono sempre da applausi. Scrittore tra i più capaci di tratteggiare i caratteri profondi un Paese composito come gli USA, e decisamente bravo a destreggiarsi con trame sospese tra rievocazione e surrealismo, Irving offre con questo “Preghiera per un amico” uno dei suoi romanzi più densi e complessi.

Esteso e variegato (forse troppo!), attraversato (almeno nella parte dedicata all’infanzia e all’adolescenza dei protagonisti) da un malizioso, accattivante soffio di sessualità appena trattenuta, il libro si trova ad avere una serie di difetti, per così dire, “confinanti” con gli innegabili pregi: infatti, se la descrizione dell’amicizia tra John e Owen è originale e a tratti decisamente toccante, e se la galleria di personaggi di contorno (oltre al protagonista Owen Meany) funziona benissimo (straordinarie la nonna Harriet e le sue bislacche domestiche, i cugini del protagonista, in particolare la scostumata Hester, la stessa Tabitha Wheelwright, che va incontro a un destino veramente maligno, nonché tutta una serie di comprimari la cui complessità scopriamo pagina dopo pagina) non altrettanto si può dire del ritmo della narrazione, che conosce francamente un po’ troppe pause, perché Irving decide (come anche in altri suoi romanzi, in particolare “In una sola persona”) di incentrare tutta la prima parte su una serie di rappresentazioni teatrali che vorrebbero essere metafore o, meglio, mise en abyme dell’arco narrativo complessivo.

Il problema è che, tra dispute religiose tra episcopaliani e congregazionalisti (rappresentati dal reverendo Merrill e dal pastore Wiggin), messe in scena del Canto di Natale di Dickens e sacre rappresentazioni del Presepe, l’Autore mette un po’ alla prova la resistenza dei suoi lettori, che vengono condotti con indubbia maestria nei meandri e nelle sfumature dei diversi culti e delle opere teatrali, ma che, allo stesso tempo, rischiano di perdere contatto col nucleo narrativo più interessante, l’amicizia tra John e Owen e il percorso di vita di quest’ultimo, eterno ragazzino che si trova a dover fronteggiare un lutto troppo grande, un dolore tanto immenso da non essere raccontabile: l’aver ucciso, del tutto involontariamente, la madre del suo migliore amico, della quale peraltro egli era neanche tanto segretamente infatuato! Un destino atroce, che fa di Owen Meany uno dei personaggi più originali e riusciti dell’intera produzione di Irving, accostabile a un Garp, tanto per rendere l’idea.

In questo senso, il romanzo è un profluvio di idee e di soluzioni narrative, tra cui quella di rendere in carattere MAIUSCOLO le battute di Owen, per sottolinearne la voce innaturalmente acuta e misteriosamente mai cambiata nel corso degli anni, dall’infanzia in avanti, fino al raggiungimento della maggiore età. Purtroppo, però, la consueta inventiva di Irving non è accompagnata, come altrove, da un convincente ritmo narrativo, oggettivamente a tratti un po’ troppo basso, con pagine e pagine di “imprese da palcoscenico” e di presepi viventi che, per quanto interessanti, portano troppo spesso il racconto ad arenarsi nelle secche di una simbologia un po’ troppo ostentata. E, complessivamente, anche l’estensione del romanzo (quasi 600 pagine) appare eccessiva.

Curiosi i punti di contatto col successivo “In una sola persona”: la ricerca del padre mai conosciuto, la figura del patrigno Dan Needham, che insegna teatro alla Gravesend Academy come Richard Abbott, patrigno di Billy in “In una sola persona”, insegna alla First Sister Academy; la nonna severa ma tutto sommato affettuosa; la vita, minuziosamente descritta, di un college di provincia del New England; la madre un po’ svampita ma avvenente. Tutti tratti comuni a due libri che, pur distaccandosi molto l’uno dall’altro per trama e ambizioni, finiscono però entrambi per essere parzialmente “vittime” dei loro stessi fulcri tematici: l’omosessualità e il travestitismo in uno, la ricerca della Fede, o di una spiegazione razionale ad essa, nell’altro.  

(Recensione scritta ascoltando i New Order, “True Faith”)

PREGI:
quella di Irving è una scrittura dolce, delicata, capace di grande profondità, soprattutto psicologica, controbilanciata però da una sana vena surreale che a volte sembra “sospendere” i personaggi in un limbo di (apparente) improbabilità. Classica e originale allo stesso tempo, una lettura – se si ha del tempo da investire – sicuramente gradevole     

DIFETTI:
una lunghezza, per una volta, decisamente esagerata, soprattutto per via di una prima parte un po’ “impantanata” in troppe sottotrame teatrali. Nel complesso, un romanzo che si sforza, forse, di tenere insieme troppi elementi eterogenei, non riuscendoci del tutto

CITAZIONE:
“Si arrabbiava se gli dicevo che un fatto qualsiasi era un ‘incidente’, specie se un fatto qualsiasi capitava a lui. In fatto di predestinazione, Owen Meany poteva accusare Calvino di malafede. Niente avveniva per caso. C’era un motivo per quella palla maledetta – così come c’era un motivo per cui Owen era piccolo e un motivo per la sua strana voce.” (pag. 105)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO