# 115 – Alessandro Baricco – SETA (Rizzoli, 1996, pagg. 100)
1853: il ventiquattrenne Hervé Joncour, avviato alla carriera militare, viene convinto dal curioso imprenditore Baldabiou a lavorare con lui nel commercio dei bachi da seta. Da allora, Hervé compie, una volta all’anno, un lunghissimo viaggio fino al Giappone, per incontrare un misterioso individuo, Hara Kei, che – seppur illegalmente, visto che le leggi del paese ne impedirebbero l’esportazione – gli vende le uova dei bachi da seta. Hervé le porta in Francia, nel piccolo paesino di Lavilledieu, dove assieme a Baldabiou ha messo in piedi delle filande, e grazie alla seta diventa ricco. Ma in Giappone Hervé, seppur innamoratissimo di sua moglie Hélène, ha conosciuto anche una donna misteriosa, forse “proprietà” di Hara Kei, alla quale si sente immediatamente legato…
Confesso: avevo già letto “Seta” diversi anni fa, ma prima di recensirlo ho voluto rileggerlo. Bella forza, direte voi: ci vogliono due giorni a dire tanto! Anzi, se si dispone di una giornata libera, basta un giorno, e senza forzare, a leggere queste cento sparute paginette che raccontano una storiella esile e senza nerbo. Non voglio essere cattivo, però non voglio nemmeno fare finta che la scrittura di Baricco mi piaccia. No, Baricco non mi piace, lo ammetto candidamente. A mio avviso, è uno dei più sopravvalutati scrittori italiani di tutti i tempi (e certamente degli ultimi vent’anni), e “Seta” – che è pur sempre una delle sue opere più famose – mi conferma nel giudizio.
Non perché il libriccino sia “scritto male” (per quanto su certe formulazioni avrei qualcosa da ridire) quanto piuttosto perché trasuda supponenza da tutte le sue cento sudate pagine (tra cui alcune constano di appena tre o quattro righe!). Ora: lungi da me l’intenzione di svolgere un discorso puramente quantitativo. Un libro può contare appena ottanta pagine ed essere un capolavoro assoluto (un esempio? “Cuore di cane” di Bulgakov!) oppure arrivare a contarne centinaia, o migliaia, ed essere una chiavica (e gli esempi sarebbero tanti, ma mi astengo). Quindi, non è una questione di ampiezza: “Seta” ha dimensioni ridotte, è vero, ma il problema non è questo. Il problema è il tono del libro, lo stile che occhieggia alla formularità omerica (ma dico, non si vergogna?!), con intere frasi ripetute paro paro (nonostante la sbandierata brevitas), a voler esprimere la ripetitività (ma anche la mitopoiesi) del viaggio di Hervé Joncour in Giappone.
E i giochini linguistici, tipo il lago Bajkal definito in un modo diverso ogni volta che viene citato, lasciano francamente il tempo che trovano. Ma, soprattutto, a lasciare basiti sono la popolarità e la stima generale di cui il libro sembra godere. Nulla di male nello scrivere una novelletta di poche pretese; ma come possa un libriccino simile diventare oggetto di culto mi risulta francamente misterioso. Ribadisco: non è che “Seta” faccia schifo, è una novella che si può leggere, anzi, che si consuma in un amen, sospesa com’è tra squarcio storico (la Francia e il Giappone di metà ‘800) e malinconia romantica, con il protagonista diviso tra la moglie adorata e adorante e la donna misteriosa gravata forse da una vicenda personale dolorosa o violenta. Non mancano, qui e là, gli snodi interessanti (soprattutto la lettera in giapponese del sottofinale), e un paio di scene con Baldabiou – il burbero imprenditore che assolda Hervé – sono oggettivamente divertenti, ma alla fine resta pochissimo di questa lettura, perché vicenda e personaggi non fanno in tempo a scolpirsi nel lettore, a “vivere” realmente e profondamente. Quello di Baricco è un tentativo di “nouvelle écriture” che, come la “nouvelle cuisine”, tenta la strada dei “pochissimi sapori ma memorabili”. Il problema è che di memorabile, onestamente, non vedo nulla in questa storiella che infila una vita intera (anzi, anche più d’una!) in cento aeree paginette che finiscono senza realmente iniziare.
(Recensione scritta ascoltando i Moody Blues, “Nights in White Satin”)
PREGI:
viste certe scelte stilistiche, forse la brevità può essere addirittura annoverata tra i pregi di un libro che, a mio avviso, ne conta davvero pochi. Interessanti, ma nulla più, i personaggi (fin troppo algidi) di Baldabiou e di Hervé Joncour, molto stilizzati quelli giapponesi, a partire dall’enigmatico Hara Kei
DIFETTI:
vicenda striminzita che non sa di cosa vorrebbe essere metafora e si accontenta, alla fine, di un romanticismo facilone a base di letterine e imbrogli. Un libro che della seta ha anche la consistenza, leggera e ininfluente
CITAZIONE:
“Hervé Joncour […] era d’altronde uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita, ritenendo impropria qualsiasi ambizione a viverla. Si sarà notato che essi osservano il loro destino nel modo in cui, i più, sono soliti osservare una giornata di pioggia.” (pag. 10)
GIUDIZIO SINTETICO: *½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana