TIRO AL BERSAGLIO – Henri-Frédéric Blanc

# 167 – Henri-Frédéric Blanc – TIRO AL BERSAGLIO (Giunti, 1994, pagg. 111)

Primi anni ’90: quattro studenti di un Istituto Tecnico per la Meccanica di Marsiglia, in polemica con professori e preside, lasciano la scuola, non senza aver prima sfasciato tutti i motorini parcheggiati nel piazzale dell’antistante scuola rivale, per Carrozzieri. Rubata un’auto di grossa cilindrata, all’interno della quale trovano peraltro una rivoltella, i quattro ragazzi, capitanati dal Tigre, si danno a una disperata fuga attraverso la Francia, con l’obiettivo di raggiungere la montuosa Briançon, un luogo vagheggiato più che reale. La loro fuga li porterà anche a conoscere un contadino provenzale ultra-centenario nel quale troveranno una sorta di nonno saggio, un modello da rispettare in un mondo che sembra non offrire loro più nulla di appetibile. Ma fin dove potranno spingersi, sparando e forzando posti di blocco, prima che l’autorità costituita reagisca?  

Autore curioso e atipico, non facile da inquadrare, Henri-Frédéric Blanc propone, con questo “Tiro al bersaglio” (il cui titolo originale, però, è un più significativo “Jeu de massacre”) un libro accattivante e ambiguo, a metà tra la critica sociale – i giovanissimi protagonisti si sentono emarginati da una scuola che punta soltanto a farne dei lavoratori al servizio delle classi agiate – e l’innocuo divertissement, fitto di battute e di situazioni comicheggianti.

Forse la migliore definizione per un libro come questo va presa in prestito dal cinema: black comedy. “Tiro al bersaglio” è fondamentalmente una “commedia nera” nella quale i sorrisi si trasformano in smorfie, e l’apparente leggerezza della costruzione narrativa diventa atto d’accusa a una società che va sempre più veloce e perde per strada i suoi pezzi più importanti, quelli che dovrebbero garantirle il futuro – i giovani – e che invece vengono relegati automaticamente in posizioni subalterne, costretti a studiare cose che detestano e a fare lavori che non vogliono fare, a beneficio di un sistema che li ignora e li vilipende. Apparentemente, dunque, l’intento dell’Autore è quello di raccontare un ribellismo sano e doveroso, anche se alla fine tragico e senza speranza, e il “messaggio” che sembra voler inviare ai suoi lettori è che tentare qualcosa, qualunque cosa, sia meglio che non fare niente, anche se l’azione intrapresa ha tutti i crismi dell’impresa criminale, e procede senza un vero e proprio piano, che non sia l’ingenua volontà di raggiungere l’alpina Briançon, così diversa dalla marittima e soleggiata Marsiglia da apparire ai quattro ingenui protagonisti come una specie di paese di sogno, un “heimat” vagheggiato fatto di giustizia e sogni realizzati, di opportunità e di amore fraterno.

Ma se l’intenzione è indubbiamente elogiabile, e il tono del romanzo, complessivamente piuttosto leggero, non stanca il lettore, è altresì vero che Blanc costruisce un’opera ambigua e rifiuta apertamente di schierarsi, non nascondendo – è vero – una certa simpatia per il suo quartetto di disgraziati ragazzotti di banlieue, ma non potendo negare, al contempo, l’assurdità della loro rivolta, alla quale manca qualunque dimensione condivisa e organizzata. Sorta di piano che prolifera a casaccio, la fuga dei protagonisti è un puro atto di vita, un grido di libertà, raccontato però – mi perdonerà monsieur Blanc – in modo un po’ sterile e fine a sé stesso, senza una costruzione drammaturgica realmente efficace, che porti il lettore, alla fine, a una qualunque acquisizione di consapevolezza.

La lettura scivola via come l’avventura del protagonista, nonché voce narrante, e dei suoi amici Tigre, Chalouf e Sainte-Croix: tutto bello, ma nulla che si incida veramente nella mente e nella coscienza di chi legge, nulla che rimanga veramente attaccato, se non la sensazione di impotenza non solo del bizzarro quartetto di ex-studenti di meccanica, ma anche dell’Autore stesso, che dà l’impressione di voler menare le mani ma di non saper bene come si faccia. E alla fine, tra la scelta di un registro oggettivamente troppo elevato nei dialoghi tra i protagonisti e la volontà di sospendere ogni giudizio morale sulle loro azioni, che vengono misteriosamente benedette dall’anziano contadino provenzale, “Tiro al bersaglio” dà l’impressione del topolino partorito dall’elefante, del possibile capolavoro mancato (e non di poco) e – non ultimo – anche del romanzo un po’ furbetto che punta a contestare non si sa bene cosa (la disuguaglianza sociale? L’inefficacia del sistema scolastico francese? L’impossibilità dei giovani di esprimersi?) con l’ausilio di un linguaggio accattivante e di personaggi verso i quali è impossibile non provare almeno un po’ di simpatia, contrapposti come sono a beceri parrucconi e fastidiosi moralisti.

(Recensione scritta ascoltando Maître Gims, “J’me tire”)

PREGI:
un libro fresco e breve, tutto sommato godibile, anarchico e ghignante, volgare senza mai essere sgradevole, attraversato da un sano afflato libertario ed egualitarista, che regala una lettura divertente anche se forse… poco persistente!  

DIFETTI:
i dialoghi tra i protagonisti, ragazzi di periferia tra i diciotto e i vent’anni che frequentano un istituto tecnico professionale, sono scritti in un tono aulico che vorrebbe forse nobilitare i personaggi e mandare il messaggio che cultura e intelligenza si trovano anche negli ambienti più insospettabili, ma sono oggettivamente quanto di meno realistico Blanc potesse escogitare. Inevitabile, poi, porsi una domanda: ma il Tigre non sarà un po’ rifatto sul mitico Giaguaro di Vargas Llosa?    

CITAZIONE:
“Una società che obbliga la maggior parte della gente ad alzarsi all’urlo di una sveglia, a inghiottire un caffè a tambur battente prima di precipitarsi in una bara ambulante per divorare asfalto, non è una civiltà, è a una spremiuomini.” (pag. 96)

GIUDIZIO SINTETICO: **

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO