TRILOGIA DELLA CITTÀ DI K. – Agota Kristof

# 194 – Agota Kristof – TRILOGIA DELLA CITTÀ DI K. (Einaudi, 2014, ediz. orig. 1998, pagg. 379)

Trittico di romanzi che compongono un’unica vicenda. Ne “Il grande quaderno”, due gemelli vengono lasciati dalla madre, durante la guerra, a casa di Nonna, una vecchia crudele e sprezzante che li chiama “figli di cagna” e li accoglie a malincuore. I due bambini, dal temperamento inquietante, annotano su un quaderno con la massima esattezza possibile ciò che accade attorno a loro, nella piccola città di K., in un paesaggio devastato dalla guerra e dalla miseria. Alla fine, uno dei due riesce a passare il confine di Stato mentre l’altro resta nella casa di Nonna. In “La prova”, il gemello che è rimasto nella città di K. – Lucas – deve cavarsela da solo, perché nel frattempo è venuta a mancare anche la Nonna. Il rapporto con una giovane profuga – Yasmine – che ha un figlio deforme, con il parroco della chiesa locale e con una misteriosa bibliotecaria sono le sole distrazioni di Lucas, che conduce una vita ascetica e malinconica in attesa di potersi ricongiungere al fratello gemello, Claus, che vive a Ovest, al di là di una frontiera divenuta invalicabile, la Cortina di Ferro. Infine, ne “La terza menzogna”, Claus torna a distanza di decenni nella città di K. con un visto turistico, ma tutti lo prendono per Lucas, scomparso misteriosamente molti anni prima. La disperata ricerca del gemello scomparso si mescola alla lacerante storia di un antico omicidio, che servirà forse a gettare luce sul mistero di Lucas e Claus, fino allo spiazzante finale…  

Pubblicati separatamente e in anni diversi (rispettivamente nel 1986, nel 1988 e nel 1991) e successivamente riuniti in un unico volume, questi tre brevi romanzi della scrittrice svizzera di origini ungheresi Agota Kristof compongono una trilogia coerentissima e compatta, un’opera unica in tre atti straordinaria tanto per lo stile quanto per il contenuto. L’Autrice, infatti, è capace sia di proporre una prosa scarnificata e ridotta all’essenziale (scelta splendidamente contestualizzata nel primo dei tre romanzi, “Il grande quaderno”, raccontato dal punto di vista dei gemelli) che di costruire una lucidissima e terribile metafora dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale, tagliata in due dalla Cortina di Ferro, fatta a brandelli dalle opposte ideologie in una prosecuzione con altri mezzi di quella stessa guerra che tanta parte ha nei tre romanzi.

Claus e Lucas, allora, non sono che le due (indistinguibili) facce di un’unica medaglia, simboli di un’innaturale separazione e – più ancora – di una psicosi da scissione, di una schizofrenia che ha attraversato la Storia e ha lasciato tracce indelebili nelle memorie collettive di interi popoli. Controllatissimo nello stile ma vibrante nei temi e negli sviluppi di una trama talmente intrecciata e fitta di dubbi e di menzogne, di sospetti, “riavvolgimenti” e agnizioni da rendere impossibile l’approdo a una verità univoca (come del resto è impossibile – nonostante Barbero & C. – arrivare a verità monolitiche sulla Storia e sui popoli), il libro ripensa continuamente sé stesso e rilancia la vicenda dei due gemelli con una serie di geniali “twist” sempre permeati da un senso di dubbio e di incertezza: sarà “vero” ciò che leggiamo? E cosa vuol dire “vero” in letteratura?

La Kristof riformula continuamente i suoi stessi dati di trama, presentandoli volta a volta sotto punti di vista differenti, in una sorta di “Rashomon” mitteleuropeo, malinconico e disperato, violento e sconvolgente proprio grazie al tono oggettivo di fondo, che non cerca mai la drammatizzazione attraverso lo stile ma sempre per mezzo degli eventi, che si susseguono impietosi sino a un finale che non delude, per durezza e coerenza. Metaforico ma mai teorico, “Trilogia della città di K.” è un libro che prende il lettore allo stomaco e alla gola e lo accompagna attraverso un paesaggio terrificante, desertificato e frantumato, come le personalità dei due protagonisti, specchi di una realtà altrettanto sclerotica e indecifrabile, soggetta alle bizze della Storia e delle ideologie, incurante delle sofferenze individuali (“Io la vita l’ho attraversata e non ho trovato nulla”, dice un personaggio, a un certo punto. “Non c’è niente, da nessuna parte”).

Genialmente sospeso tra sogno (o incubo) e realtà, “Trilogia della città di K.” è una fiaba nera che più nera non si può, un libro cupo e pessimista, disperato e brutale, che sembra giocare a rimpiattino col lettore, nascondendo e reinventando continuamente trama e personaggi, in un gioco (anche) letterario che riflette sull’atto stesso dello scrivere (all’inizio quello che leggiamo sono le annotazioni dei gemelli sul grande quaderno) e sulla moralità (o meno) del raccontare. Costruito come una matrioska, o come un sistema di scatole cinesi in cui contenuto e contenitore si scambiano incessantemente di posto, il libro va necessariamente considerato come un romanzo unico diviso in tre parti distinte, ed è una lettura disturbante, che non può lasciare indifferenti, per quanto forse non adatta a tutti.

(Recensione scritta ascoltando Teho Teardo e Blixa Bargeld, “The Beast”)

PREGI:
scrittura limpidissima e impietosa, che dà valore a ogni parola; struttura rigorosa e studiatissima, che costringe il lettore a un continuo ripensamento della trama e della natura stessa degli eventi di cui legge (veri? Falsi? Come stabilirlo?); il risultato è un trittico affascinante, un thriller psicologico mozzafiato per gli scoppi improvvisi di violenza e la desolazione di fondo in cui l’Autrice è maestra a far muovere i personaggi, distaccati ma mai artificiosi, vibranti di un dramma tutto trattenuto eppure – miracolosamente – evidente tra le righe e i capitoli. Stile imitato più volte (soprattutto da altre scrittrici), ma mai con gli stessi risultati             

DIFETTI:
la ricerca di oggettività estrema de “Il grande quaderno” (probabilmente il migliore dei tre romanzi) lascia spazio negli altri due a un racconto altrettanto oggettivo ma forse meno sconvolgente sul piano dello stile. Inoltre, soprattutto nella “Terza menzogna”, i tanti rivolgimenti di trama finiscono forse per trasformare la fiaba nera in una sorta di… soap opera nera! Sempre affascinante, ma forse a tratti meno credibile rispetto al mefistofelico inizio, con la terribile Nonna e tanti personaggi di contorno perfettamente riusciti e scolpiti con pochi tocchi di una penna che, nelle mani di Agota Kristof, sembra più uno scalpello!   

CITAZIONE:
“Mio fratello dice: – I miei figli non giocano. – Cosa fanno? – Si preparano ad attraversare la vita. Dico: – Io la vita l’ho attraversata e non ho trovato nulla. Mio fratello dice: – Non c’è niente da cercare. Che cosa cercavi? – Te. È per te che sono tornato. Mio fratello ride: – Per me? Lo sai bene, sono soltanto un sogno. Bisogna rassegnarsi. Non c’è niente, da nessuna parte.” (pag. 305)

GIUDIZIO SINTETICO: ***½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO