Una storia d’amore feroce

DOGMAN di Matteo Garrone (Italia/Francia, 2018 – 102’)

Marcello gestisce un modesto impianto di toelettatura per cani, in un desolato quartiere fuori Roma. La sua vita, eccezion fatta per il traffico di cocaina di piccolo cabotaggio che gestisce, scorre tutto sommato placida tra il lavoro, le partite di calcetto con i pochi amici (gli altri commercianti della zona) e gli incontri con la figlia Alida, che vive assieme alla madre. A incrinare questa situazione a suo modo stabile è Simone, ex-pugile cocainomane e incontrollabile, che coinvolge Marcello in furti e altre attività illegali, oltre a farsi detestare da tutti gli abitanti del quartiere per i suoi modi violenti e irrispettosi. Quando Marcello si farà la galera al posto di Simone, il rapporto tra i due cambierà inesorabilmente, e il mite toelettatore di cani sfodererà tutta la rabbia repressa da anni.

Non c’è dubbio che Matteo Garrone sia uno dei registi più interessanti del cinema italiano contemporaneo, d’altronde povero di talenti: non a caso, assieme a Garrone, si usa citare Sorrentino, e poi la festa è finita, perché altri registi internazionalmente stimati e riconosciuti non ne abbiamo. Però, mentre Sorrentino soffre di evidente manierismo, a mio parere non lo stesso si può dire di Garrone, che rispetto al suo altrettanto blasonato collega riesce a difendere meglio il proprio stile dall’irrompere fatale della “maniera”.

Fin dai tempi de “L’imbalsamatore” (che secondo me è il film di Garrone che più si avvicina alle atmosfere di questo “Dogman”), lo stile registico garroniano è ben definito: fascinazione per i freaks, capacità di costruire atmosfere allucinate con pochi tocchi, cura dell’aspetto fotografico, ritmo volutamente blando. “Dogman” è una storia di provincia, ispirata al celebre caso di cronaca nera del “canaro della Magliana”, che commise, alla fine degli anni Ottanta, un delitto incredibilmente efferato ai danni di un delinquente che lo tormentava da anni. Garrone sposta l’ambientazione ai giorni nostri, e conferisce al delitto un aspetto più casuale, più preterintenzionale, ma per il resto salvaguarda gli aspetti di degrado urbano e sociale che fecero da sfondo alla vicenda del 1988. Marcello è un “canaro” innocuo e vilipeso dalla vita, che si è scavato una propria nicchia (il negozio di toelettatura) e che vive per pochi affetti: la figlia Alida, per la quale stravede, e i colleghi commercianti, non dei veri “amici” ma, per Marcello, le uniche figure (a parte la figlia, appunto) in grado di riconoscerlo come essere umano, le uniche figure che gli permettono di sentirsi parte di un tutto che, per quanto limitato (il quartiere è un gruppo di palazzoni isolato su una sorta di melmosa battigia), rappresenta il suo mondo.

In questo microcosmo di reietti in fragile equilibrio, le sopraffazioni di Simone (non solo contro Marcello, ma anche contro gli altri commercianti) sono un elemento dirompente, soprattutto perché Marcello soggiace a una sorta di fascinazione nei confronti dell’ex-pugile, e Garrone è oggettivamente molto bravo a suggerire – senza mai cadere in grevi simbologie – la fondamentale attrazione omosessuale tra queste due figure così diverse, agli antipodi sia nella vita che fisicamente. Dimesso ed esile Marcello (un ottimo Marcello Fonte, che porta in scena tutto sé stesso), colossale e prorompente Simone (uno straordinario Edoardo Pesce, che regala un’interpretazione incredibilmente mimetica), questi due personaggi rappresentano quasi i due poli di una calamita, divisi da tutto ma attratti fondamentalmente l’uno all’altro da una strana simbiosi, che la scena del viaggio in motorino dopo che dei killer hanno sparato a Simone racconta con rara delicatezza.

Il rompersi improvviso, e ingiusto, di questa simbiosi porta a conseguenze atroci, soprattutto per Marcello, un atipico “cane di paglia” (per citare Peckinpah) che, dopo tanta inoffensività, esplode in un concentrato di violenza che Garrone decide, saggiamente, di limitare visivamente al minimo, ma che si esplicita soprattutto nella tensione quasi insostenibile degli ultimi venti minuti di film, in cui lo spettatore non può che attendere l’inevitabile resa dei conti. Il tutto, per un amore tradito, e per recuperare l’amore degli altri, per recuperare quel minimo sindacale di stima e rispetto che il povero Marcello era riuscito a conquistarsi. In questo senso, la chiusa del film, col tocco onirico della partita di calcetto e con lo straziante bisogno di Marcello di esibire il cadavere di Simone, perché venga riconosciuta la sua capacità di “rimettere a posto le cose”, ha un sapore “primordiale” che Garrone rende con la contrapposizione di ampi totali e primi piani sul volto del protagonista, un piccolo uomo che non cerca altro che il suo posto in un lurido microcosmo che – a discapito dei risibili piani di fuga con la figlia – è in realtà tutto il suo mondo, l’unico mondo che possa conoscere ed esperire.

Da antologia diversi momenti: l’attacco, con il cane ringhioso; la scena iconica dell’alano cui vengono limate le unghie; la sequenza del night club, con le ragazze vestite da angiolette; il viaggio in motorino con Simone ferito; il finale, nella moderna “Stonhenge” di cemento in cui Marcello trascina il cadavere. Gli unici veri difetti del film risiedono, se vogliamo, nella consueta, italica pecca dell’audio in presa diretta, che rende oggettivamente di difficile comprensione svariate scene, e in un ritmo notevolmente blando, fatto spesso da lunghe inquadrature sospese. Vezzi d’Autore, senza dubbio, che però non intaccano la fondamentale buona riuscita di un film che brilla per interpretazioni, fotografia e profondità di pensiero.  

GIUDIZIO SINTETICO: ***

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO