# 342 – Charlotte Roche – ZONE UMIDE (Rizzoli, 2008, pagg. 192)
La diciottenne assai precoce (nonché promiscua) Helen Memel è ricoverata in ospedale: dev’essere operata per un annoso problema di emorroidi. E fin qui, tutto bene. Il problema è che Helen è fatta un po’ a modo suo: odia l’igiene e tutto quello che la riguarda, prodotti compresi e, dal punto di vista corporeo, conduce una vita che definire avventurosa è dire poco! Adora farsi depilare da Kanell, un ragazzo conosciuto al mercato (?), che a sua volta ha l’hobby di invitare le donne a casa sua per depilarle (??); non resiste alla tentazione di assaggiare ogni cosa che il suo corpo produce, compresi muco e secrezioni vaginali (???); vive il ciclo mestruale come un’occasione per spargere batteri, lasciando in giro un po’ ovunque i suoi assorbenti usati (?!?); adora far assaggiare la propria saliva alle altre persone, anche a loro insaputa, e per farlo sputa un po’ ovunque, oppure inserisce lacrime in acini d’uva (?!?), per poi offrirli a Robin, l’infermiere che si occupa di lei durante il ricovero. Ricovero che – ah già, dimenticavo – Helen vorrebbe prolungare il più possibile, perché ehi, potrebbe essere l’occasione per ricomporre la famiglia, visto che i suoi genitori sono divorziati e suo fratello minore Toni si disinteressa a tutto. Ma forse alla fine meglio accontentarsi di sedurre il povero Robin…
Più che come recensire un libro simile, la domanda da porsi sarebbe: perché leggerlo? Che pubblico potrebbe avere questo noiosissimo profluvio di schifezze corporee e corporali? Beh, un pubblico la signora Roche l’ha avuto eccome, visto che il suo romanzo è stato campione di vendite in Germania nel 2008 (e dire che ai tedeschi le buone letture, da Thomas Mann a Robert Musil e, al limite, anche a Günther Grass, non dovrebbero mancare).
Quindi, sul lato commerciale, l’operazione è riuscita in pieno: non saprei dire perché, ma un ampio parterre di lettori quest’elenco di schifezze è riuscito a intercettarlo. Evidentemente gli appassionati di smegma e mestruazioni sono molti più di quanti pensassi! Scherzi a parte, non vorrei dare l’impressione di avercela con l’Autrice per il solo fatto di aver scritto un libro interamente, completamente, commoventemente dedicato a culo e passera: ma ci mancherebbe altro! Non faccio del contenutismo e non boccio le opere per l’argomento cui sono dedicate. Se qualcuno ha voglia di scrivere un libro sull’unghia del suo alluce sinistro e su quello che ci finisce sotto quando fa lavori di giardinaggio, chi sono io per impedirglielo? E soprattutto, chi sono io per decidere solo sulla base dell’argomento se il libro sia buono o cattivo? Non lo farò mai, intendo, bocciare un libro per quello di cui parla.
Ciò detto, e confermato che Charlotte Roche è liberissima di scrivere i libri che vuole, una cosa occorre proprio dirla: “Zone umide” è di una noia mortale. E questo, ahimè, è un dato di fatto. Seppur scritto decentemente, il romanzo è noioso che più noioso non si può, con la sua (insopportabile) protagonista confinata in una stanza d’ospedale dalla prima all’ultima pagina, intenta a svolgere attività che definire ridicole è dire poco: dalla decisione di riaprirsi la ferita al posteriore per prolungare la degenza a quella di inserire le proprie lacrime in acini d’uva da offrire all’infermiere di cui si è invaghita, dalla spiegazione del perché le piaccia farsi depilare le parti intime da Kanell al racconto di varie e varigate storie d’amore del passato (ma se ha 18 anni, quante cacchio di storie d’amore sessuale può aver avuto?!), l’Io narrante di Helen è uno dei più insulsi, noiosi e soprattutto improbabili che mi sia capitato d’incontrare nella mia ormai quasi quarantennale esperienza di lettore. E sarebbe un record da celebrare, se non fosse che le centonovantadue pagine di questo assurdo libretto mi sono costate più fatica di quanta me ne sia mai costata leggerne duecento di Vargas Llosa, trecento di Houellebecq o quattrocento di Marguerite Yourcenar (citiamo anche una scrittrice se no la categoria s’incazza).
E sia chiaro che nella mia critica non c’entra affatto il sesso di chi ha scritto il libro, se non per una considerazione che, questa sì, lasciatemela fare: se a scrivere questa roba fosse stato un uomo, apriti cielo! “Come ti permetti di dedicare un libro alla vagina e alle mestruazioni!?”, “Vergognati, pervertito!”, “Scandaloso!” e via almanaccando. Questi sarebbero stati i commenti più gentili! Evito di immaginarmi i più violenti e offensivi. Il fatto che il libro l’abbia scritto una donna autorizza invece qualunque incursione nel corporale, anche in quello più intimo e sinceramente poco interessante. Tutto diventa “coraggioso”, se una roba così la scrive una donna. Tutto diventa “una liberazione” (ma da cosa, Dio santo?).
Ora, capisco che vi starete chiedendo perché abbia letto un libro simile. Solo per il gusto di stroncarlo? Nient’affatto. Ai libri che leggo io do sempre – e ribadisco, sempre – la possibilità di stupirmi, di affascinarmi, di farmi cambiare idea. Altrimenti non lo leggo. Se a un libro decido di non dare possibilità di sorta, non lo leggo. Se lo leggo, è perché darò ascolto alla voce dell’Autore o dell’Autrice, senza preconcetti. Quindi, la signora Roche non può lamentarsi se del suo libro dico che è noioso, ripetitivo, futile, vuotamente scandaloso, furbescamente sporco, calcolatamente osceno e, purtroppo, tutto sommato abbastanza ben scritto, il che mi fa incazzare ancora di più, perché significa che, se vuole, Charlotte Roche un libro lo sa anche scrivere. Perché abbia deciso di infliggerci una simile sequela di cretinate, resta per me un mistero. Banale, ad ogni modo, il finale, a dimostrazione ultima che di vero scandalo non si tratta e che, alla fine, il romanzo aveva davvero poco – o nulla – da dire.
Patetica la quarta di copertina di Rizzoli, che definisce il libro “un inno alla libertà di un corpo sperimentato in tutta la sua irriducibile vitalità” e l’Autrice “una voce coraggiosa e originalissima della giovane letteratura europea”. Per vuotezza di significato e piaggeria da quattro soldi, fa quasi più schifo del romanzo! Sarebbe interessante chiedere a Rizzoli di spiegare cosa ci sia di “coraggioso” e “originalissimo” in scene in cui due ragazze (una, manco a dirlo, è la protagonista) assaggiano l’una il vomito dell’altra (sic!) o in cui si scambiano gli assorbenti nel bagno del Liceo!

(Recensione scritta ascoltando Wet Wet Wet, “Love Is All Around”)
PREGI:
la scrittura, in sé, non è malvagia, e alcuni passaggi – quelli nei quali la protagonista lascia perdere per un attimo le sue ossessioni antigieniste – strappano un sorriso
DIFETTI:
di una ripetitività imbarazzante, pieno di spiegazioni non richieste e non necessarie e sorretto da un Io narrante fastidioso come pochi (e, peraltro, non credibile per una diciottenne), è un romanzetto vacuo e inutile, nonché leggermente stomachevole per il contenuto, scritto apposta per fare il botto con le vendite. Missione compiuta, complimenti
CITAZIONE:
“Alzo la gonna, infilo la mano nelle mutande e il dito medio nella fica. Lo lascio dentro al calduccio per un istante, poi lo tiro fuori. Apro la bocca e me lo succhio. Stringo le labbra attorno al dito e lo estraggo di nuovo lentamente. Succhiando e leccando con forza, per sentire sulla lingua tutto il gusto del muco.” (pag. 48)
GIUDIZIO SINTETICO: *
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana