# 296 – James G. Ballard – UN GIOCO DA BAMBINI (Feltrinelli, 2007, ediz. orig. 1988, pagg. 92)
L’incredibile uccisione di trentadue adulti e la contemporanea scomparsa dei loro tredici figli adolescenti da una località residenziale per famiglie poco fuori Londra, Pangbourne Village, richiede l’intervento di uno specialista: lo psichiatra Robert Greville, cui la polizia commissiona una perizia sul possibile movente e sui misteriosi autori di un delitto di massa che appare insensato e sconvolgente. Greville non tarda a scoprire che dietro la strage e la sparizione dei ragazzi c’è una verità scomoda e disturbante: i ragazzi stessi, con ogni evidenza, non sono estranei ai fatti, e la loro scomparsa potrebbe far parte di un “piano” le cui conseguenze non sono chiare a nessuno, ma che non tarderà a svelarsi al popolo britannico in tutta la sua (sana?) follia.
Io vorrei sapere chi sceglie i titoli in Feltrinelli. Davvero. Vorrei sapere chi ha avuto la brillante idea di intitolare “Un gioco da bambini” un romanzo che in originale si intitolava “Running wild”, e che manteneva, grazie a quel titolo, un’ambiguità che l’edizione italiana manda a farsi benedire fin dalla copertina. Perché la “corsa selvaggia” immaginata da James Ballard dev’essere diventata “Un gioco da bambini”, svelando al lettore il principale punto della trama? È vero, il breve romanzo datato 1988 non fa nulla per nascondere la verità sui delittuosi fatti di Pangbourne Village, e non era intenzione di Ballard costruire un libro a base di suspence: con appena 92 pagine, non ce n’era il tempo! Però l’edizione italiana avrebbe almeno potuto mantenere un pizzico di ambiguità, invece di cedere alle lusinghe del titolo più “facile”, quello che getta fin da subito la croce addosso ai giovanissimi scomparsi dal villaggio la sera del massacro.
Ma veniamo al libro, e ai motivi per cui ho scelto di recensirlo, nonostante ne abbia già parlato, da par suo, il nostro bravissimo Roberto Mandile nella puntata numero 100 della sua rubrica settimanale, “Lectio Brevis”, che trovate nella sezione SAGGI su questo sito. Se già non la leggete, ogni mercoledì, vi invito a farlo, perché Roberto è decisamente più bravo di me a sintetizzare e a offrire al lettore degli straordinari “colpi d’occhio” su questioni storiche e letterarie, nonché a creare suggestioni e collegamenti tra opere anche diversissime. Io, viceversa, prendo un libro, lo leggo e poi mi dilungo, ci argomento e, a volte, come è il caso di quest’opera di Ballard, ci ricamo sopra anche in chiave contemporanea. Perché è vero, il libro è del 1988, ma questo dimostra solo quanto Ballard sia sempre stato, nella sua eccezionale carriera, in anticipo sui tempi.
Ennesima rivisitazione, stavolta in forma di romanzo breve, di un’idea ballardiana “classica”, quella della società troppo levigata e perfetta che ha rimosso tutto, in primis la violenza, e che viene misteriosamente attraversata proprio da un’ondata di violenza che si rivela, per certi aspetti, “salvifica” perché, come scritto (stavolta saggiamente) dall’editore in quarta di copertina, “in un contesto di ricchezza e di abbondanza, dove tutto è predefinito e organizzato per ottenere il massimo della felicità, l’unica via di scampo potrebbe essere la follia”, idea ballardiana “classica”, dicevo, “Un gioco da bambini” mi ha fatto pensare, per certi aspetti, all’ondata di isteria di massa (perché di questo si tratta) che ha attraversato il nostro Paese per il recente omicidio di Giulia Cecchettin.
Ora, non volendo usare una recensione per montare una polemica che, in questa sede, non avrebbe nulla di sensato (preferisco, nel caso, scrivere un articolo a sé stante, e forse un giorno lo farò), mi limiterò a sottolineare che il libro di Ballard è un breve, folgorante incubo a occhi ben aperti cui purtroppo manca il respiro di opere come “Cocaine Nights” o “Super-Cannes” (che ne condividono la tematica di fondo), e resta un discreto cazzotto nello stomaco dei benpensanti, di quelli, insomma, che credono che i mostri li generi solo ed esclusivamente il tanto vituperato patriarcato.

Magari fosse così! Per Ballard, è il benessere diffuso, la disponibilità di tutto ciò che si desidera, sempre e comunque, a generare l’incapacità di accettare un rifiuto, l’impossibilità di metabolizzare una delusione, un insuccesso, uno smacco. Sono la debolezza genitoriale, non già la durezza, e il permissivismo continuo a partorire giovani che non sanno relazionarsi se non via social, che crescono colmi di complessi dei quali non hanno neppure la consapevolezza. E forse l’unica vera risposta che possa dare la società contemporanea a questa dorata atrofizzazione è proprio la violenza, il ritorno del rimosso, e il volto che questa risposta assume non può che essere quello delle nuove generazioni, allo stesso tempo le più pronte (fisicamente, mentalmente) e le più impreparate, le più ricettive e le meno in grado di comprendere davvero che cosa stiano ricevendo, a quali impulsi stiano rispondendo. Richard Greville, il consulente psichiatrico che si trova a indagare sul caso di Pangbourne Village, è invece l’ennesimo volto di un mondo messo in scacco dalle sue stesse creature, aggredito dai suoi fantasmi più reconditi e, allo stesso tempo, più evidenti e facili da vedere e individuare. Ma la verità è che non vogliamo individuarli.
Meglio dare la colpa al patriarcato, al “maschio”, al fascismo (che non guasta mai) e alla scuola, che non educa alla gestione dei sentimenti e degli stati d’animo. Guardarsi allo specchio e rendersi conto che nessuno legge più un cazzo, che si scrivono e si pubblicano libri ridicoli, che si fanno film biechi e ideologici, è troppo doloroso, forse. Meno male che c’è James Ballard a ricordarcelo, di tanto in tanto.

(Recensione scritta ascoltando Agnes Obel, “Fuel to Fire”)
PREGI:
brevissimo e fulminante, misurato e consapevole, è un romanzo breve da scuola di scrittura per il perfetto dosaggio degli ingredienti narrativi e per lo stile, che non deraglia mai dall’analisi clinico-sociologica che il protagonista è tenuto a compilare. Come brace sotto le ceneri, è un piccolo libro incandescente da maneggiare con cura
DIFETTI:
fatalmente meno complesso e sfaccettato dei suoi “fratelli maggiori”, il libro non difetta di ambizione ma ha un arco narrativo un po’ scarso, che non permette al lettore di empatizzare veramente con nessuno, neanche col protagonista, volutamente molto grigio e anonimo
CITAZIONE:
“Il regime indulgente e protettivo instaurato con le migliori intenzioni al Pangbourne Village ed entusiasticamente imitato nei lussuosi complessi residenziali dell’Inghilterra meridionale, nonché nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti, ha generato una stirpe di vendicatori, e li ha mandati a sfidare il mondo che li amava.” (pag. 92)
GIUDIZIO SINTETICO: **½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana