Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 177
SCRIVERE INTORNO ALLA SHOAH. Diari, racconti e rappresentazioni teatrali: le voci dell’orrore
Etty Hillesum – DIARIO 1941-1943 (1981)
Di cosa parla: È il diario scritto da Etty Hillesum, nata a Middelburg, nei Paesi Bassi, nel 1914 da una famiglia appartenente alla borghesia intellettuale ebraica (il padre insegnava lingue classiche) e morta nel 1943 insieme ai genitori e al fratello Misha ad Auschwitz, dove erano stati deportati dopo l’internamento nel campo di Westerbork (l’altro fratello, Jaap, morì in Germania dopo la liberazione). Laureata in giurisprudenza e studiosa di lingue slave, Etty si avvicinò alla psicologia junghiana tramite la figura di Julius Spier, ebreo tedesco rifugiatosi in Olanda, fondatore della psico-chirologia, morto nel 1942.
Commento: C’è qualcosa di paradossalmente normale, tra le pagine del diario di Etty Hillesum, una giovane donna che racconta della sua personale ricerca della felicità in anni che noi siamo abituati ad associare all’angoscia più cupa. La scrittura è, per Etty, innanzitutto il tentativo di mettere a fuoco sé stessa: da qui la scelta più naturale, quella del diario. Ci ha pensato naturalmente, tragicamente, la storia a far sì che le pagine del suo diario non fossero pagine qualunque. Eppure, il paradosso implicito tra le righe affiora con ingenua evidenza, non appena si pensi al senso generale delle riflessioni che, lungi, come si diceva, dal costituire un pensiero organico, formano anzi un mosaico in continua composizione. Espressione di una personalissima ricerca interiore e di una spiritualità profonda, che oscilla tra la psicologia junghiana e una sorta di misticismo religioso, il diario colpisce così, oltre che per la qualità della scrittura, per la lucida accettazione del proprio destino, che Etty non vuole scindere da quello del popolo ebraico (decidendo di non mettersi in salvo pur avendone la possibilità) e che la porta a un’adesione totale alla vita, senza una parola di odio per nessuno: “Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere”. Il che, se non vivessimo nell’epoca dei messaggi preconfezionati, delle moraline facili, delle frasette motivazionali, suonerebbe come la più paradossale, la più lampante e, dunque, la più tragica delle verità che la Shoah è ancora in grado di trasmetterci.
GIUDIZIO: ***

Primo Levi – LILÍT E ALTRI RACCONTI (1981)
Di cosa parla: Si comincia dalle storie di Auschwitz o degli anni della guerra, dove emergono le figure di Leon Rappaport, un polacco laureato compagno di prigionia, o del “giocoliere”, il detenuto tedesco e vice-Kapò Eddy Grüne, o ancora dell’ungherese Bandi. Si prosegue con i gladiatori del futuro che, armati di martello, se la devono vedere con automobili, o con gli strani mammiferi dell’isola di Mahoi, gli “atoúla” (i maschi) e le nacunu” (le femmine), caratterizzati da dismorfismo sessuale o, ancora, con la vernice a base di tantalio che dovrebbe proteggere dalla sfortuna. Si conclude con la storia di Guerrino, pittore di Madonne scomparso nel 1916 in una valle di montagna, o con l’anziana signora dello Utah che sembra opporsi all’esproprio del terreno della sua casa ad opera di una azienda che estrae bitume, o, infine, l’incontro in treno tra un aspirante poeta e una studentessa inglese di letteratura italiana: addormentatosi, egli in sogno immagina sé stesso come Petrarca e lei come Laura…
Commento: La raccolta è corposa, comprendendo la bellezza di 36 racconti, ancorché piuttosto brevi. La divisione in tre sezioni, “Passato prossimo”, “Futuro anteriore”, “Presente indicativo”, è per certi versi fuorviante: l’omogeneità della prima delle tre parti, incentrata su eventi, perlopiù autobiografici, legati alla prigionia e alla guerra, non è riscontrabile nelle altre due sezioni, dove peraltro affiorano ancora qua e là episodi risalenti agli anni Quaranta (su tutti spiccano quelli magnificamente narrati in “Ospiti” e “Fine settimana”). Ma, al di là della coesione strutturale – i racconti, peraltro, erano stati quasi tutti pubblicati in precedenza su periodici o riviste e soprattutto sul quotidiano “La Stampa” – quel che interessa è, una volta di più, l’ampio spettro di temi e di interessi di cui l’opera di Levi è intessuta. Lo scrittore torinese dimostra, semmai, proprio nei racconti la sua più autentica vocazione di narratore, laddove nelle opere più note la voce del testimone rischia sempre di essere preponderante. Ma se, come ha scritto Marco Belpoliti “Primo Levi è uno scrittore di racconti” (anche testi come Se questo è un uomo o La tregua, in realtà, sono costituiti da quadri successivi, più che fondati su una continuità romanzesca; e lo stesso, a maggior ragione, dicasi per La chiave a stella), non bisogna scordarsi che l’unico vero romanzo di invenzione, Se non ora, quando?, che tornerà per ambientazione e temi alla Seconda guerra mondiale, vedrà la luce tardi nella carriera dello scrittore, precisamente nel 1982, ossia un anno dopo la pubblicazione della nostra raccolta. I testi contenuti in questo libro, alcuni toccanti, altri illuminanti, tutti legati dal consueto rigore stilistico, sono l’espressione forse più eterogenea, e perciò anche più interessante, della irresistibile necessità di raccontare che Levi, dopo le tragiche vicissitudini di Auschwitz, avvertì e che lo portò, nel corso degli anni, a un’intensa e persino sperimentale attività letteraria.
GIUDIZIO: ***

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
Se il diario di Etty Hillesum è un testo composito, scritto com’è da una giovane donna quasi trentenne, il diario più celebre degli anni tragici della Seconda guerra mondiale, quello scritto dalla ragazzina Anne Frank, è senz’altro più lineare, per quanto inaccettabili siano le condizioni stesse cui la famiglia Frank dovette sottostare per sfuggire alla persecuzione razzista messa in atto dai loro compatrioti. La fuga nei Paesi Bassi (lo Stato di Etty Hillesum) non valse, com’è ampiamente noto, a salvarsi. Ma la salvezza del padre di Anne, Otto, fu all’origine del ritrovamento e della successiva pubblicazione di uno dei diari più importanti della letteratura novecentesca. Meno nota, anche se conobbe ampio successo nelle sue numerose rappresentazioni e riprese, dal 1955 al 1997, è la versione teatrale del diario che Anne scrisse durante la forzata prigionia nell’ “alloggio segreto” di Amsterdam. Tra i tanti meriti dell’adattamento realizzato da due sceneggiatori americani, Frances Goodrich e Albert Hackett, c’è, innanzitutto, quello di aver portato alla conoscenza di una vasta platea la storia della ragazzina ebrea e della sua famiglia (l’intuizione fu di Eleanor Roosevelt, che convinse Otto, il padre di Anne, a due anni dalla pubblicazione del libro, ad acconsentire alla riduzione teatrale e cinematografica della storia). Anche solo a leggerla, la pièce, che inizia mettendo in scena proprio Otto nell’atto di ritrovare il diario della figlia, dà il groppo in gola esattamente come il diario.
Se la radice della Shoah è fin troppo conosciuta, colpisce che nel 1943, mentre si consumavano le tragiche vicende di Etty Hillesum (che morì in quell’anno) e di Anne Frank (che sarà arrestata un anno più tardi), negli Stati Uniti, dove si era rifugiato dal 1938 dopo aver già vissuto in esilio in diversi paesi europei a seguito della persecuzione posta in atto contro di lui dal regime nazista, Thomas Mann scrive su commissione un racconto, La legge, che viene pubblicato in una raccolta di scritti antinazisti. Il testo, apparentemente, ha poco a che fare con il tema. Si parla infatti di Mosè e della sua storia, da quando, figlio illegittimo di una principessa egiziana e di uno schiavo ebreo, viene deposto neonato in una cesta di giunchi tra le canne del fiume. Salvato dalle acque, viene affidato a una donna ebrea che lo alleva insieme agli altri suoi figli, Aronne e Miriam. La madre naturale lo fa educare in un collegio aristocratico finché, a seguito di un delitto commesso, Mosè lascerà l’Egitto per rifugiarsi a Midian. In un roveto ardente gli si rivelerà l’Invisibile che gli darà l’ordine di liberare il popolo ebraico dall’Egitto e di ricondurlo nel suo paese d’origine. Il racconto è, in realtà, una rielaborazione laica e razionalista delle vicende bibliche dell’Esodo. Il valore maggiore dell’opera sta proprio nella volontà di contrapporre al fanatismo nazista (che nelle Dodici Tavole della Legge aveva individuato l’antagonista privilegiato della sua ideologia) una lettura disincantata e illuministica del testo sacro. Il che dimostra, una volta di più, che la parola, se non può arginare l’orrore, è l’unico antidoto all’oblio.

Testi citati
Frances Goodrich e Albert Hackett – IL DIARIO DI ANNE FRANK (1955)
Thomas Mann – LA LEGGE (1943)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana