# 370 – Carlo Fruttero & Franco Lucentini – A CHE PUNTO È LA NOTTE (Mondadori, 2016, ediz. orig. 1979, pagg. 580)
Torino: in una gelida serata di febbraio, il visionario don Alfonso Pezza, che dal pulpito della chiesa di Santa Liberata teneva allocuzioni deliranti, viene ucciso dall’esplosione di una bomba: è questo il delitto sul quale si ritrova a dover indagare l’arguto commissario Santamaria, coadiuvato dal fedele collega De Palma (meridionale come lui) e dalla promettente e zelante agente Luigina Pietrobono, che ha un debole proprio per il commissario De Palma. Ma attorno all’indagine, già di per sé complicata, perché don Pezza era un personaggio equivoco, un prete “di strada” ma anche un affarista senza scrupoli e, forse, un ricattatore, si muove una pletora di altri personaggi, dal misterioso venditore di matite che si aggira per Torino e dintorni sul suo maggiolone al redattore Monguzzi, al lavoro in una grande casa editrice e desideroso di dedicarsi alla pubblicazione di libri di valore, non dei romanzetti che lo costringono a revisionare, fino al sagrestano Priotti, all’ingegner Vicini in forze alla Fiat, alla signorina Caldani, insegnante di francese, e agli strani fratelli Bortolon. Tutti personaggi che, a diverso titolo, ruotavano attorno alla chiesa di Santa Liberata: che affari trattava il parroco? Perché e da chi è stato ucciso? Quali segreti cela la lunga notte invernale di Torino? Per il commissario Santamaria, non sarà affatto facile arrivare alla soluzione del caso.
Dopo il grande successo de “La donna della domenica”, i più grandi giallisti italiani, Carlo Fruttero e Franco Lucentini, tentarono di bissare il colpo. Chi non l’avrebbe fatto? Siamo onesti: dopo un capolavoro, perché non riprendere la formula (e il protagonista) per un’altra avventura, per un nuovo caso? Tanto più che i due Autori padroneggiavano alla perfezione le ambientazioni torinesi, come già dimostrato nel primo libro, e disponevano di un protagonista, il commissario Santamaria, ben rodato e straordinariamente costruito.
Buona l’idea di “elevare di grado” il commissario De Palma e farne a tutti gli effetti un coprotagonista, e di investire tante energie sulla figura della straordinaria agente “dal diario facile” Luigina Pietrobono, che contribuisce, con le sue relazioni, ad alleggerire il racconto e a venarlo di un’ironia che, come spesso in Fruttero & Lucentini, dal contenuto si sposta alla lingua, dalla trama migra verso la forma, perché è noto che una storia esiste solo per come la si racconta, e i due Autori erano autentici maestri del raccontare, dell’affabulare.
Ma allora, perché in “A che punto è la notte” non tutto funziona a dovere? Perché il libro è molto meno bello della “Donna della domenica”? Proviamo ad arrivarci, come se si trattasse di… risolvere un giallo! Primo indizio: l’incipit. “La donna della domenica” si apriva con la meravigliosa descrizione delle ultime ore di vita dell’architetto Garrone, e aveva un attacco divenuto proverbiale (“Il martedì di giugno in cui fu assassinato, l’architetto Garrone guardò l’ora molte volte”); “A che punto è la notte” si apre con: “La vecchia Volkswagen color crema del venditore di matite era parcheggiata a metà di via dei Rododendri”. Un attacco completamente diverso, per un incipit che sembra non finire mai.
Di capitolo in capitolo, ci vogliono diverse decine di pagine perché Fruttero e Lucentini ci portino “dentro” la trama, che procede a lungo in parallelo, raccontando vicende che sembrano non avere nulla in comune (non solo quella del venditore di matite, ma anche la parabola del povero redattore Monguzzi, per non parlare delle vicende personali dei diversi frequentatori della chiesa di Santa Liberata). La seconda avventura del commissario Santamaria si configura dunque come un romanzo che più corale non si può, abitato da una miriade di personaggi (onestamente, è impossibile ricordarli tutti) molti dei quali, alla fine, non avranno neanche una diretta attinenza col caso, limitandosi a rappresentare le diverse facce di una città (Torino) che i due Autori conoscono alla perfezione, e che descrivono meglio di chiunque altro.
Dal punto di vista delle atmosfere, questo secondo romanzo non ha nulla da invidiare al primo, se non fosse che il tocco – leggiadro nella “Donna della domenica” – si fa qui un po’ più greve, più notturno, più freddo e distaccato, sempre ironico ma attraversato da una voglia di critica (anche sociale) che non sempre trova riscontro, a mio avviso, nel gradimento del lettore. I tormentoni linguistici che in questo romanzo sono veicolati dalle annotazioni diaristiche dell’agente Luigina Pietrobono, infatti, sostituiscono cose divenute mitiche come la diatriba “Boston-Baastn” del primo libro e, anche se sono innegabili la volontà degli Autori di proporre qualcosa di nuovo e la loro capacità scrittoria (le pagine della Pietrobono sono spesso straordinarie per inventiva linguistica e comicità), è altrettanto evidente che la costruzione è meno efficace, e l’attenzione del lettore fatalmente tende a calare, persa nei meandri di una vicenda che sembra non arrivare mai al dunque, che semina fili penzolanti un po’ a ogni pagina e lascia il dubbio che alla fine questi fili non vengano tutti raccolti in una matassa unica e sensata.
Spostiamo ora l’analisi del caso ai personaggi: se il commissario Santamaria resta un personaggio ottimamente descritto, e De Palma guadagna addirittura punti rispetto alla sua versione, più scarna, del romanzo precedente, non lo stesso si può dire dei comprimari, tutti piuttosto pallidi rispetto agli straordinari “characters” de “La donna della domenica”, a partire da Anna Carla Dosio e Massimo Campi fino all’americanista Bonetto, al gallerista Vollero e a Marcello Riviera. Non che i personaggi di “A che punto è la notte” non funzionino, intendiamoci; di fatto, l’intero romanzo “funziona”, dipanandosi come un giallo intricatissimo ambientato in una Torino nella quale gli Autori sembrano aver “imbottigliato” il sapore stesso degli anni Settanta, con le loro lotte e i loro conflitti sociali, con la dicotomia (oggi perduta) tra proletariato e alta borghesia, con la Fiat a dominare il tutto.
Il problema è che ogni cosa, ogni ingrediente, appare un po’ troppo cerebrale, poco toccato dal soffio di vita che caratterizzava i personaggi del precedente capolavoro, e come se non bastasse il libro è oggettivamente troppo lungo, e finisce per diluire i termini del giallo trasformandosi in affresco d’epoca, affresco, però, non semplice e spontaneo come “La donna della domenica”, bensì un po’ troppo consapevole di sé e lambiccato per risultare del tutto sincero, del tutto convincente. Si legge con piacere, per carità, e si apprezzano alcuni colpi di scena non indifferenti, nonché i soliti tocchi riusciti di ambientazione e di descrizione caratteriale e, in generale, si apprezza l’ironia di fondo, intelligentissima e ben dosata; nella lettura, però, si finisce per perdere di vista troppo spesso proprio quello che sarebbe dovuto essere, a mio avviso l’ingrediente principale della ricetta: la trama gialla propriamente detta, il “chi-come-perché” ha ammazzato don Pezza in un modo tanto strano e complicato (una bomba in chiesa durante un sermone).
Non che manchi il finale, che è anche convincente, a modo suo: il lettore, però, vi approda un po’ estenuato e disorientato da tutti i nomi e i volti che gli è toccato immaginare e far agire davanti ai suoi occhi, e finisce per non apprezzare appieno quella che avrebbe potuto essere un’altra memorabile costruzione letteraria, e che invece si ferma un paio di gradini sotto, accontentandosi, dopotutto (ma non è cosa da poco) di essere un romanzo godibile ancorché un po’ troppo lungo. Che dire? Non tutti i capolavori riescono col buco!

(Recensione scritta ascoltando Moby, “God Moving Over the Face of the Waters”)
PREGI:
stile e scrittura sono sempre da applausi, cui vanno aggiunti la precisione pazzesca nel tratteggiare i personaggi e la debordante ironia che attraversa tutto il racconto, e che esplode al massimo dei giri nel personaggio dell’agente di polizia Luigina Pietrobono
DIFETTI:
troppo lungo e a tratti cavilloso, è un giallo di amplissimo respiro che, nonostante sia ambientato in un arco narrativo di pochi giorni, mette al fuoco una quantità eccessiva di carne e non riesce a tirare le somme su tutte le linee narrative. Non delude (ma non lascia neppure esterrefatti) il finale
CITAZIONE:
“Eh sì, un mondo di pazzi, ormai, una notte insensata e torbida come questa fanghiglia che inzaccherava capricciosamente i rossi, i verdi, gli azzurri, i gialli orgogliosamente partoriti dal Colosseo, da tutti i Colossei del mondo, e ridimensionati da un po’ di neve e di pioggia alla loro primigenia condizione di ferraglia dipinta, ferraglia Citroën, ferraglia Fiat, ferraglia Volkswagen, ferraglia Ford, ferraglia, Porsche, ferraglia Toyota, ferraglia piena di spinterogeni e scatole del cambio e carburatori e pistoni e cinghie, tubi, tubetti, tubicini… Un insensato un assurdo ammasso: dove però un bravo meccanico sapeva mettere le mani, avvitare, congiungere, rimontare, collegare. […] La notte, certo, l’incasinata notte su cui un povero commissario non poteva essere tenuto a emettere oracoli.” (pag. 474)
GIUDIZIO SINTETICO: **½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana