LECTIO BREVIS / 152

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 152
LA FANTASCIENZA È UN GENERE?
Se gli scrittori sono grandi scrittori, la letteratura è grande letteratura

Stanisław Lem – L’INVINCIBILE (1964)

Di cosa parla: Che fine ha fatto l’incrociatore interplanetario Condor? Per indagare sulla sua scomparsa, avvenuta sul pianeta Regis III, nella costellazione della Lyra, un’astronave del tutto simile, l’Invincibile, viene mandata in esplorazione. Sotto la guida dell’astrogatore Horpach, il Condor viene presto ritrovato: la sua superficie esterna, di metallo durissimo e resistente, appare come bucherellata; all’interno i cadaveri dei membri dell’equipaggio non presentano segni di ferite o di morte da avvelenamento. Le indagini sul corpo di uno di loro, rinvenuto in una cella frigorifera, rivelano che la sua memoria è stata cancellata. Come si spiega il mistero, considerato che su Regis III le uniche tracce di vita terrestre sono nei mari, mentre sulla terraferma non ci sono né animali né vegetali di alcuna specie?

Commento: A tre anni da Solaris, il suo romanzo più celebre (merito anche del film di Tarkovskij, che a Lem non piacque), lo scrittore polacco (era nato a Leopoli che, nel corso della sua vita, farà poi parte dell’URSS e dell’Ucraina) ne ripropone, per certi aspetti, il tema di fondo: quello di un pianeta popolato o animato da entità misteriose capaci di provocare fenomeni inquietanti o di condizionare la realtà esterna. Il romanzo si regge sulla capacità di creare, intorno alla spedizione dell’Invincibile (superfluo rilevare l’antifrasi nel nome dell’astronave), un’atmosfera di suspense che viene tenuta viva fino alla metà circa del libro. Poi, una volta fornita la spiegazione alle stranezze di Regis III, Lem tiene desta l’attenzione del lettore da un lato grazie a un’intensificazione della componente avventurosa (con le missioni, quanto mai estreme e persino disperate, di esplorazione e salvataggio guidate dall’ufficiale in seconda Rohan, il vero protagonista del romanzo); dall’altro affiora in maniera sempre più angosciante il dilemma etico che accompagna la stessa logica della spedizione dell’Invincibile, i cui limiti appaiono sempre più evidenti. Su tutto – altro tema fantascientifico per eccellenza – aleggia il pessimismo di Lem sulla possibilità che lo sviluppo tecnologico coincida con il progresso: applicato alle macchine, ne esce malconcio anche l’evoluzionismo. L’amara conclusione è affidata alle riflessioni espresse, nel finale, da Rohan: “Non tutto l’universo ci è destinato, e il nostro posto non è dappertutto”. Morale forse non originalissima in sé, ma ben calata in una storia che sconta qualche lentezza di troppo ma sa affascinare e coinvolgere.

GIUDIZIO: ***

Primo Levi – STORIE NATURALI (1966)

Di cosa parla: C’è un giovane dottore che raggiunge il paese dell’anziano dottor Morandi, di cui dovrà prendere il posto come medico condotto, e scopre che costui ha una collezione di boccette nelle quali conserva gli odori importanti per la sua vita. C’è il signor Simpson, rappresentante di una ditta americana, che propone a un poeta una serie di oggetti tecnologici avanzatissimi, il Versificatore (una macchina che produce poesie), il Mimete (in grado di riprodurre copie di quasi qualunque oggetto), il calometro (un misuratore di bellezza), il Torec (un simulatore di realtà virtuale). E poi ancora ci sono gli inquietanti esperimenti scientifici del professor Leeb, la cladonia rapida, le versamine, una ragazza ibernata da 140 anni, il centauro Trachi, una sorta di assemblea in cui si discute della progettazione di una nuova specie animale, l’Uomo…

Commento: Sono quindici le “storie naturali” della raccolta, tutte composte nella prima metà degli anni Sessanta (tranne il primo, I mnemagoghi, quello del dottor Morandi). È la prima raccolta di racconti dell’autore, parallela, sul piano cronologico, alle Cosmicomiche e Ti con zero di Italo Calvino, con le quali condivide il tema di fondo: la fantascienza. In comune c’è anche una vena umoristica (che, tuttavia, qui non compare in tutti i testi), ma se Calvino usa la scienza come una chiave d’accesso per costruire una lettura fantastica dei tanti mondi possibili attraverso la mediazione di sperimentazioni linguistiche talora ardite e elucubrazioni filosofiche sul filo del paradosso, per Primo Levi, chimico di formazione, la scienza è più solidamente ancorata alla realtà, acquisendo spesso tratti più concretamente tecnologici e, qua e là, anche decisamente più inquietanti. Se, infatti, i diversi racconti che vedono all’opera il signor Simpson e le sue macchine possono essere considerati prefigurazioni di invenzioni oggi all’ordine del giorno (dalle stampanti 3D alla realtà aumentata all’intelligenza artificiale), in alcuni testi, come Angelica farfalla, ambientato nella Berlino del 1943 (gli esperimenti del dottor Leeb non possono non evocare l’orrore di quelli condotti dai nazisti), o Versamina (è il nome di una sostanza messa a punto da un dottore in grado di convertire il dolore in piacere: gli effetti sono nefasti), affiorano i tratti più minacciosi e angoscianti della scienza (e di quella medica in particolare) che si fa manipolatrice della vita. C’è spazio anche per la satira: dal racconto Censura in Bitinia si scopre che, secondo avanzate ricerche scientifiche, le galline sono in grado di censurare meglio degli uomini. Non serve, ma non guasta ribadire che Primo Levi è un grandissimo scrittore, tra i più grandi di sempre. 

GIUDIZIO: ***½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

“La fantascienza resta attraverso gli anni una letteratura strana, ambigua, diversa, a differenza di altri generi chiamati per comodità ‘popolari’, pochi essendo al confronto i pensatori che s’interrogano su quali motivi spingono il pubblico a leggere romanzi rosa, fumetti, pornografia, avventure di mare o spionaggio. Della fantascienza dicemmo una volta […] che è troppo dotta per essere veramente popolare, troppo popolare per essere veramente dotta, formula coniata (da chissà quale critico) per I Promessi Sposi. Mezzacultura? Subcultura? Va bene, va bene, lasciamo ai sociologi i loro gadgets lessicali”.

Con la consueta limpida ironia Fruttero & Lucentini liquidavano, nel 1978, anni di dibattiti intorno alla collocazione della fantascienza nel sistema letterario. E possiamo ben allinearci, visto che, a partire dal 1961 e per più di vent’anni, i due diressero la collana “Urania” della Mondadori, per tacere della fondamentale antologia Le meraviglie del possibile uscita nel 1959 per la cura dello stesso Fruttero e di Sergio Solmi (grande critico letterario, soprattutto di Leopardi, e poeta a sua volta “fantascientifico”, con la raccolta Levania del 1956). Raccontano F&L che, al momento, quasi pioneristico, del primo incontro con la fantascienza, essa apparve ai loro occhi come “una letteratura di effetti (ma quale non lo è, santo cielo?), un fuoco d’artificio di trovate, sorprese, brividi, paradossi, ipotesi, capovolgimenti, stravolgimenti”. Il suo specifico – sono sempre parole dei due grandi scrittori, in un articolo del 1982 – risiede in questo: “il ‘genere’ fs non è legato a schemi e argomenti d’obbligo; la sua ‘tematica’ non è soltanto vasta, ma illimitata. Rispetto alla letteratura ordinaria, o per così dire normale, la fs si distingue semmai come una specie di letteratura parallela: può contenere le stesse cose (cioè qualsiasi cosa) ma su un altro piano; può raccontare gli stessi fatti (cioè qualsiasi fatto), ma in un’altra chiave”. Il suo “cambiamento più radicale e sconcertante, non è dunque o non è tanto di ‘contenuto’, quanto di prospettiva”.

A poco dovrebbe servire quindi ricordare come alla fantascienza si siano dedicati grandissimi autori, evidentemente capaci di non farsi ingabbiare dentro una logica di “genere” nel senso deteriore del termine. Italo Calvino, che abbiamo già menzionato, così inquadrava Le Cosmicomiche a chi gli chiedeva se fosse una fantascienza di nuovo tipo:

“Mi pare che i racconti di fantascienza siano costruiti con un metodo completamente diverso dai miei. C’è il fatto osservato già da vari critici, che la science-fiction tratta del futuro mentre ognuno dei miei racconti ha l’aria di fare il verso d’un ‘mito delle origini’. Ma non è tanto questo: è il diverso rapporto tra dati scientifici e invenzione fantastica. […] Insomma io vorrei servirmi del dato scientifico come d’una carica propulsiva per uscire dalle abitudini dell’immaginazione, e vivere magari il quotidiano nei termini più lontani dalla nostra esperienza; la fantascienza invece mi pare che tenda ad avvicinare ciò che è lontano, ciò che è difficile da immaginare, che tenda a dargli una dimensione realistica o comunque a farlo entrare in un orizzonte d’immaginazione che fa parte già d’un’abitudine accettata.”

Discussioni così alte, così nobili non ci sembra che legittimino nessuna forma di degradazione della fantascienza in quanto tale, rendendoci sempre più persuasi, con Fruttero & Lucentini, che l’unico criterio valido per distinguere i libri sia la differenza – quella sì sempre necessaria – tra quelli belli e quelli brutti.

Testi citati
Carlo Fruttero & Franco Lucentini – INCONTRO RAVVICINATO CON LA FANTASCIENZA, in “I ferri del mestiere” (2002)
Carlo Fruttero & Franco Lucentini – URANIA E LA MONACA DI MONZA, in “I ferri del mestiere” (2002)
Italo Calvino – presentazione a “LE COSMICOMICHE” (1965)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO