LECTIO BREVIS / 193

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 193
EFFETTO NOTTE
Immersione nel territorio oscuro della violenza e del crimine, ma anche delle fantasticherie romantiche, tra sonni inquieti e sogni tormentati

Cornell Woolrich – SI PARTE ALLE SEI (1944)

Di cosa parla: Nella notte newyorchese Quinn William incontra Bricky Coleman, ballerina in un locale. Venuto a sapere che la ragazza è originaria del suo stesso paese, il giovane le confessa di aver rubato dei soldi in una casa. Bricky lo convince a restituire il maltolto prima che il furto venga scoperto per poi abbandonare insieme a lei la città con il primo autobus del mattino, che parte alle sei. Arrivati sul luogo del crimine, i due, però, trovano il cadavere di un uomo…    

Commento: La notte è il territorio del crimine, da sempre. Prima dell’invenzione dell’elettricità, la notte è uno spazio pericoloso, appannaggio dei ladri (lo dicono, tra gli altri, Leopardi ne La vita solitaria e Manzoni, capitolo VIII dei Promessi sposi) e dei malintenzionati in genere. Prima di essere il luogo della festa, dell’eccesso, della vita bohémienne, la notte è, naturalmente, l’incubatrice degli incubi, dei mostri, delle peggiori ossessioni. È sfruttando queste caratteristiche che Cornell Woolrich costruisce tutta la storia di questo romanzo, il secondo dei cinque che firmò con lo pseudonimo di William Irish. L’autore offre senz’altro un buon saggio delle proprie capacità tecniche, soprattutto attraverso la costruzione della suspense – uno dei suoi marchi di fabbrica – scandita dal passare delle ore prima della partenza dell’autobus, e l’atmosfera quasi onirica, allucinatoria dell’ambientazione notturna. Purtroppo il romanzo ha i suoi limiti nello sviluppo della storia, che si avvita un po’ su sé stessa dopo l’avvio sicuramente promettente, e nei personaggi, non proprio memorabili.

GIUDIZIO: **

Murakami Haruki – AFTER DARK (2004)

Di cosa parla: Tokyo. Il Denny’s è una caffetteria aperta tutta la notte. A un tavolo, la giovane Mari, intenta a leggere, viene avvicinata da Takahashi, un ragazzo che è stato compagno di scuola di sua sorella, la modella Eri. Takahashi la lascia presto perché sarà impegnato di lì a breve nelle prove con la band con cui suona il trombone. Poco dopo, però, la stessa Mari sarà cercata dalla proprietaria di un albergo a ore, alle prese con una prostituta cinese che è stata picchiata brutalmente da un informatico che lavora lì vicino. Con lo scorrere delle ore verremo inoltre a sapere che, da molto tempo, Eri sta dormendo un sonno profondissimo e altrettanto misterioso…

Commento: Dormire o non dormire? Sembra questo il dilemma in questo libro di Murakami che usa l’espediente dell’unità di tempo per tenere insieme le tante storie che si intrecciano nel corso di un’unica notte (le ore sono scandite, capitolo dopo capitolo, dal disegno di un orologio: si inizia poco prima di mezzanotte, si finisce che manca poco alle sette di mattina). Il filo conduttore è offerto dalla vicenda parallela delle due sorelle, Mari e Eri (una sola sillaba di differenza, si sottolinea a più riprese, come a voler alludere a un qualche misterioso e simbolico legame, come se non fossero sorelle e a spiegare l’arcano non bastasse chiamare in causa la responsabilità dei genitori). La prima, che si è sempre pensata bruttina, decide di trascorrere la notte sveglia; la seconda, modella di professione, dorme nella sua camera di un sonno da coma, dal quale si sveglia occasionalmente solo per mangiare qualcosa e mantenersi in vita. Il racconto di Murakami passa attraverso una scelta stilistica di sapore cinematografico: il punto di vista del narratore è esplicitamente assimilato a quello di una macchina da presa, anzi di una telecamera che tutto vede, muovendosi nello spazio. A dire il vero, però, qualcosa non convince del tutto: un po’ esile la trama (la storia più interessante, che anima la notte, quella della prostituta cinese malmenata in un love hotel, è lasciata in sospeso, e anche il rapporto tra Mari e Takahashi resta solo allo stato embrionale), girano a vuoto alcuni dialoghi, in cui una certa tendenza alla divagazione, con qualche concessione alla “filosofia spicciola”, sembra essere incoraggiata dalla stessa ambientazione notturna.

Ma è la storia di Eri, che – dice Mari a un certo punto – mentre dorme è ancora più bella che da sveglia, a superare ogni vaglio di verosimiglianza per situarsi, indubitabilmente, in uno spazio altro, che non fatichiamo a definire onirico. L’autore lascia intendere che la notte è in grado di restituire un significato più profondo alle cose: persino la violenza può dissolversi e sfumare, come se la notte ci proteggesse da tutto e restituisse umanità alle nostre frenetiche esistenze. È però proprio la sensazione che Murakami voglia consegnarci, suggerendocelo tra una riga e l’altra, un qualche velato messaggio esistenziale, a insinuare qualche perplessità. Non si può negare che sia un romanzo affascinante, evocativo, d’atmosfera, anche se noi preferiamo il Murakami che tiene a freno le tentazioni metanarrative e le suggestioni psicologiste per raccontare solide storie con un certo sviluppo e personaggi interessanti e non solo abbozzati.  

GIUDIZIO: **

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

Nulla di più poetico della notte, proiezione e riflesso dell’anima di volta in volta sognatrice, tormentata o pacificata, fiduciosa o disperata. Nulla di più poetico, nel senso in cui ormai intendiamo la poesia, ossia nel significato che ad essa ha dato il Romanticismo, quando il “notturno” diventa una sorta di genere a sé (non solo in poesia, ma anche nella pittura e nella musica). Un’eco chiara di questa concezione della notte risuona, a distanza, in tanti versi della poesia (ma anche della canzone!) novecentesca, al punto che ci azzardiamo a dire che non ci sia poeta che non abbia tratto dalla notte un motivo di ispirazione.  

Vincendo, dunque, l’imbarazzo della scelta, ci sembra di poter cogliere un’affinità, per molti versi curiosa, in due autori italiani rimasti – volutamente o no – ai margini rispetto alle tendenze dominanti nel sistema poetico del secolo scorso, ma capaci di una potenza (e di una chiarezza!) espressiva indubbie. Così, il ligure Camillo Sbarbaro (quanto gli deve l’amico Eugenio Montale!), che fa del motivo della notte (e del sonno o, più spesso, dell’insonnia) uno dei temi portanti della sua opera, racconta la notte come una discesa gli inferi, un’immersione nell’irrazionalità che può anche essere salvifica:

Quando traverso la città la notte
io vivo la mia vita più profonda.

Persiane silenziose illuminate!
Finestra buia aperta nella notte!
Negli atrii di pietra voce d’acqua!
Tra le bestie squartate lumicino
alla madonna! Ombre umane informi
dietro i vetri nebbiosi dei caffè!

Mi trasformo nel cieco crocicchio
che suona ritto gli occhi vaghi al cielo.
Voluttà d’esser solo ad ascoltarmi!
Udire nella mia notte per ore
avvicinarsi e dileguare i passi!
Essere la puttana che sussurra
la parola al passante che va oltre!
la vecchia della porta
che s’attacca pel soldo della grappa
al militare ch’esce nauseato!
E voluttà di scendere più basso!

Rasentando le case cautamente
io sento dietro le pareti
sorde le generazioni respirare.
E so l’ostilità di certe vie
tozze,
la paura di certe piazze vuote…
E forse ignaro m’incammino verso
– oh mia liberazione! – la Follìa.

Lo stesso vagabondare nella notte, come a voler coltivare la propria irrimediabile e dolorosa solitudine, ma anche in cerca di un senso di protezione e di rifugio che solo la notte può offrire è al centro pure dei seguenti versi di Sandro Penna (che peraltro sembra ricordarsi, nell’incipit, di uno degli incipit notturni più celebri della poesia italiana, quello de La sera del dì di festa di Leopardi: “Dolce è chiara è la notte e senza vento”):

Mi nasconda la notte e il dolce vento.
Da casa mia cacciato e a te venuto
mio romantico antico fiume lento.

Guardo il cielo e le nuvole e le luci
degli uomini laggiù così lontani
sempre da me. Ed io non so chi voglio
amare ormai se non il mio dolore.

La luna si nasconde e poi riappare
– lenta vicenda inutilmente mossa
sovra il mio capo stanco di guardare.

Testi citati
Camillo Sbarbaro – QUANDO TRAVERSO LA CITTÀ LA NOTTE, in “Pianissimo” (1914)
Sandro Penna – MI NASCONDA LA NOTTE E IL DOLCE VENTO, in “Poesie” (1939)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO