Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 207
FENOMENOLOGIA DELLA LUSSURIA
L’amore come malattia, tra desideri, sensualità e qualche indecenza
Vitaliano Brancati – PAOLO IL CALDO (1955)
Di cosa parla: Il giovane Paolo Castorini, appartenente a una nobile famiglia catanese, dimostra fin dall’adolescenza un temperamento “caldo” che lo inclina alla lussuria: la necessità incoercibile di dare soddisfazione alla propria sensualità lo porta a vivere con passione le prime esperienze amorose, come quella con la domestica di casa Giovanna. Se, da un lato, questa sua inclinazione lo avvicina al nonno e allo zio, dall’altro, come Paolo scoprirà dolorosamente, ben diversa è la sensibilità del padre Michele. E quando il giovane abbandonerà la Sicilia per trasferirsi a Roma, le passioni di gioventù diventeranno una vera e propria ossessione destinata a travolgerlo senza scampo…
Commento: L’ultimo romanzo di Brancati, pubblicato postumo, è incompiuto. E intorno a questo dato si sono divise le voci di critici e lettori, spesso autorevoli: secondo Alberto Moravia, ad esempio, è “il libro di una crisi che, se la morte non fosse sopravvenuta, avrebbe certamente portato Brancati ad un rinnovamento assai profondo della sua letteratura”. Libro di una crisi secondo alcuni vuol dire anche libro meno riuscito dei precedenti, Don Giovanni in Sicilia e Il bell’Antonio, in quanto privo, a differenza di quelli, di ogni coloritura umoristica, buffa e grottesca, laddove il filo rosso che li collega tutti è il tema dell’erotismo, incarnato, di volta in volta, dai protagonisti, prototipi del maschio siciliano. È senz’altro vero che nella vicenda di Paolo Castorini l’autore ripropone la parabola di una virilità destinata a essere messa in discussione – e l’allontanamento dalla terra natia, eco quanto mai autobiografica, anche qui è sintomo e, al contempo, incubazione della “malattia” che colpisce il protagonista. Forse, però, quello che maggiormente distacca questo libro da quelli precedenti è la netta attenuazione, tanto più evidente con il procedere della storia e con il passare delle pagine, dell’ironia come cifra della narrazione stessa. Le pulsioni di morte sono inscindibili, qui, dalla lussuria che attanaglia il protagonista: la sensualità perde ogni carattere ludico, restando, quest’ultimo, confinato alla sola giovinezza di Paolo, raccontata nella prima parte del libro (senza dubbio la più felice, come ebbe a dire Geno Pampaloni).
In una sorta di progressiva discesa agli inferi, Paolo sembra infatti annientarsi dentro il vizio, perdendosi nei salotti romani che inizia a frequentare e dalle cui tentacolari chiacchiere finisce per rimanere stritolato (l’influsso delle letture proustiane di Brancati, chiamato in causa da molta critica, è evidentissimo). Se, sul piano delle implicazioni (anche filosofiche) e delle ambizioni (anche letterarie), il romanzo attinge a un livello di complessità senz’altro superiore, è anche vero che la narrazione si fa via via più involuta, più cerebrale (alcuni passaggi peccano di un certo intellettualismo non del tutto risolto) e più cupa. L’incompiutezza e, fatalmente, anche le circostanze della pubblicazione (che Brancati autorizzò con una nota scritta due giorni prima di morire, anticipando anche la conclusione del romanzo) fanno il resto, incoraggiando le letture più diverse. Resterebbe semmai da chiedersi quanto gli archetipi di Brancati, jungianamente parlando, possano spiegarsi al di fuori della loro “sicilianità”, quasi che essi non potessero che emergere da una terra in cui la sensualità, come ogni altro istinto o pulsione, ha da sempre alluso alla morte, in quanto entrambe manifestazioni esagerate, caricaturali, tragicamente irrazionali della vita stessa.
GIUDIZIO: **½

Marie Darrieussecq – TROISMI (1996)
Di cosa parla: Una giovane donna trova un impiego presso una catena di profumerie. Il lavoro, in realtà, comprende anche, se non soprattutto, la soddisfazione degli scabrosi desideri dei clienti. Ma giorno dopo giorno la protagonista si accorge di una progressiva trasformazione del suo corpo: il crescere di una nuova mammella, di peli ispidi e di una coda finiscono ben presto per farla assomigliare sempre più a una scrofa. Perderà il lavoro e anche la relazione con l’ambiguo Honoré sarà sostituita dall’amore per Yvan, un lupo mannaro…
Commento: «Supplico il lettore […] di perdonarmi queste parole indecenti. Ma, ahimè, le indecenze non mancheranno in questo libro; e prego tutte le persone che ne fossero turbate di scusarmi fin d’ora». Excusatio non petita, viene da chiosare al povero lettore che si trova questa premessa in apertura del romanzo. Come se la narratrice (diciamo pure l’autrice?) avesse paura di lanciare il sasso e s’affrettasse, prima ancora di raccattarlo da terra, a nascondere la mano. Ora, sarebbe troppo facile ironizzare sulle “indecenze” che non mancano nel libro. Sarà, però, il caso di intendersi: supponiamo che si volesse alludere alle sconcezze, alle oscenità, sessuali innanzitutto e di conseguenza di linguaggio (e annunciate d’altronde fin dal titolo). In realtà, se c’è qualcosa che proprio non scandalizza nel romanzo (romanzo?) è proprio questo aspetto, considerate le titubanze, le esitazioni continue, le insopportabili incertezze linguistiche con cui viene affrontato il côté propriamente sessuale della storia. Le indecenze, insomma, sono ben altre. Indecenze narrative, sia chiaro. A partire dall’esilità della vicenda, anzi della sua assurda inconsistenza, vanificata peraltro dalla totale incapacità della stessa narratrice (diciamo pure dell’autrice?) di scegliere un tono adeguato, coerente, se possibile, o quanto meno non irritante. La metamorfosi viene raccontata (raccontata?) con una giuliva stolidità che induce il lettore a non provare per la donna-scrofa altro che un fastidio crescente.
Ma sarebbe ancora niente se, col passare delle pagine, le ambizioni (senz’altro dell’autrice, in questo caso) non si rivelassero in tutta la loro presuntuosa fumosità: la storia, infatti, vorrebbe assumere – confessiamo di orientarci a occhio – significati allegorici, ergersi ad apologo, lanciare un messaggio. Gli indizi in questo senso non sono né pochi né di scarso rilievo, a partire dalla (vaga, ma evidente) ambientazione in un futuro distopico, passando per la (nebulosa, ma presente) venatura di critica sociale. Il problema è che, anche a voler tacere della noia che il libro sa suscitare, nonostante la mole tutt’altro che rilevante, le concessioni al ridicolo rendono ogni empito uno strazio: gli esempi abbondano, e solo raramente sembra di cogliere un lampo di umorismo nero, come nell’episodio delle pizzerie a domicilio contattate dalla protagonista per sfamare sé stessa e Yvan (il lupo-mannaro mangia i fattorini delle consegne). Per Guanda, il romanzo (?) è “una storia feroce e scanzonata, sensuale e commovente, ironica ma anche tenera”: da parte nostra, supplichiamo i lettori di perdonare queste parole indecenti.
GIUDIZIO: *

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
Degli effetti, per lo più rovinosi, della lussuria sono piene le biblioteche. La poesia ne ha fatto, fin dalle sue origini o quasi, uno dei suoi temi privilegiati: il mal d’amore, motivo già presente nella lirica greca, diventerà il nucleo stesso di tanta parte della poesia latina, da Catullo agli elegiaci (è, anzi, curioso che l’elegia, che nasce come lamento funebre – etimologicamente la parola significa “dire ahi ahi” –, si specializzi poi come lamento amoroso). In spregio al nono comandamento, fin dall’antichità è pressoché obbligatorio desiderare la donna d’altri. E, di conseguenza, struggersi e dolersi per le insoddisfazioni, le sofferenze prodotte dal mancato possesso, dalla lontananza.
Ma non c’è forse tormento più doloroso di quello che provoca la frustrazione del desiderio, ben da prima che Freud ce ne illustrasse l’essenza in termini psicanalitici. Come non partecipare quindi del supplizio che esprime Paolo Silenziario, grande poeta bizantino del VI secolo? Ultimo cantore dell’ellenismo nella Costantinopoli cristiana di Giustiniano, ci presenta così, con la sua consueta allusiva eleganza, il suo piccolo dramma d’amore:
Accarezzo il suo seno,
mi dà la sua bocca, mordo con furia
il suo collo bianchissimo; ma ancora
non s’è data tutta a me.
E m’affatico a inseguire una vergine
che mi nega il suo letto. Una metà
l’ha data ad Afrodite e una ad Atena.
Tra le due parti intanto mi consumo.
La stessa consunzione nel desiderio esprime, a distanza di circa milletrecento anni, un altro grande poeta greco, Costantino Kavafis, anch’egli cantore raffinatissimo della sensualità; in questi versi ad affliggersi è un giovane, malato di lussuria per la sopraggiunta, misteriosa mancanza del suo amore. Gli effetti del suo dolore potrebbero essere assai pericolosi:
Sempre ritorna alla taverna, dove
si conobbero, circa un mese fa.
Ha chiesto: nulla hanno saputo dirgli.
Dalle parole, ha inteso d’essersi imbattuto
in un soggetto ignoto, uno dei tanti
volti d’efebi, equivoci
e ignoti, che passavano di là.
Pure, sempre ritorna, la notte, alla taverna.
Fissa immoto la soglia:
fino a stremare l’occhio fissa la soglia.
Forse verrà. Forse entrerà, stasera.
Sempre così: quasi tre settimane.
La mente s’è ammalata di lussuria.
Ancora stanno sulla bocca i baci.
Si macera nel diuturno desiderio la carne.
Il tatto di quel corpo è su di lui.
Vuole ancora congiungersi con lui.
Di non tradirsi cerca, s’intende.
Ma quasi incurante, talora.
Il rischio lo conosce,
l’ha scontato. Chissà che quella vita
non lo porti a uno scandalo fatale.

Testi citati
Paolo Silenziario – ACCAREZZO IL SUO SENO – traduzione di Salvatore Quasimodo (VI secolo)
Costantino Kavafis – L’ANNO 25° DELLA SUA VITA – traduzione di Filippo Maria Pontani (1925)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana