Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 208
CONTINUA…
Quando il romanzo prosegue: elogio del feuilleton, tra scomparse, ritorni inaspettati e altri colpi di scena rimandati alla prossima puntata
Alexandre Dumas – IL CONTE DI MONTECRISTO (1844-1846)
Di cosa parla: 28 febbraio 1815. Edmond Dantès, giovane marinaio in servizio sul Pharaon, una nave mercantile, sbarca a Marsiglia: qui, a seguito alla morte del capitano, l’armatore è intenzionato a promuoverlo capitano. Ad attendere il suo ritorno ci sono anche l’anziano padre e la bella Mercédès, la sua fidanzata. I due giovani organizzano per il giorno successivo il loro matrimonio. Ma qualcuno, invidioso della fortuna di Edmond, è pronto a complottare contro di lui e, quando una lettera anonima che lo accusa di essere un agente bonapartista giunge nelle mani del sostituto procuratore del re, per l’ignaro Dantès si aprono le porte della terribile prigione del castello d’If, da cui evadere è pressoché impossibile…
Commento: Viva il feuilleton! Padre di tutte le telenovelas, le soap opera, le serie televisive, il romanzo d’appendice ha aggiornato ai tempi e al pubblico (la borghesia ottocentesca) una quantità di stilemi, di luoghi comuni, di trucchi narrativi dei quali, viziati come siamo, non possiamo ormai fare a meno. Viva il feuilleton! A patto, però, che a metterci mano sia uno bravo come Alexandre Dumas. Uno scrittore che ha saputo rivitalizzare certi topoi romanzeschi, certi cliché come pochi: la vicenda del conte di Montecristo è notissima, almeno nella parte inziale che abbiamo riassunto (ma, anche arrivando alla fuga di Dantès dal Castello d’If, siamo solo a un sesto della storia!), e intricatissima, ma in fondo si regge su una dose notevole di convenzioni, alcune al limite del credibile, alle quali tuttavia il lettore non riesce mai a muovere obiezioni.
Complotti, fughe, cambi di identità, rapimenti, avvelenamenti, morti apparenti, agnizioni, amori contrastati: il succedersi frenetico e incalzante dei fatti – per non parlare dei personaggi o dei luoghi (dalla Francia all’Italia) – produce una sospensione dell’incredulità quale probabilmente nessun altro romanzo è in grado di ottenere con altrettanta efficacia. Il segreto del libro, però, risiede nel fatto che, anche senza accorgersene, ciascun lettore vi ritrova, sotto spoglie neanche troppo mentite ma abilmente riaccomodate, alcuni archetipi narrativi imprescindibili.
A partire dal tema del ritorno e della vendetta, sul quale poggia l’impalcatura stessa del romanzo e che fa di Edmond Dantès un novello Odisseo, passando dalle suggestioni orientali (i riferimenti alle Mille e una notte sono più che espliciti, a partire da una delle false identità che Montecristo si costruisce, quella di Sinbad il marinaio), la vicenda assume persino tratti più spirituali, caratterizzandosi anche come la resurrezione dal regno dell’aldilà (Dantès viene creduto morto da tutti) di un uomo che sembra avere un’aura carismatica se non addirittura una natura sovraumana o oltreumana (Montecristo non mangia mai e qualcuno adombra persino l’accostamento a un vampiro).
E se questo suo viaggio dagli inferi alla salvezza finale (il richiamo, nel nome, a Dante parla da solo), come molti hanno notato (illuminante la prefazione di Michele Mari alla nuova edizione Einaudi), è leggibile anche in chiave massonica come una sorta di percorso iniziatico dal buio dell’ignoranza alla luce della conoscenza (propiziato dal magistero, in carcere, di don Faria), ecco spiegato perché la storia, al di là dei suoi eccessi tipicamente da feuilleton, a partire dal patetismo di certe scene o di certe dialoghi, non può non fare presa su chiunque abbia un cuore capace di commuoversi e di palpitare – come ci insegnano da sempre le fiabe – perché il male sia sconfitto e il bene trionfi, costi quel che costi. Il lettore, in fondo, non ha bisogno di arrivare alla fine della storia per fare suo l’insegnamento che Montecristo affida alla lettera con cui si conclude il romanzo: “Fino al giorno in cui Dio si degnerà di svelare all’uomo il futuro, tutta la saggezza umana sarà contenuta in queste due parole: Attendere e sperare!”.
Attendere e sperare è quello che chi ha letto fino a quel momento ha già fatto sfogliando avidamente le pagine, divorato dalla febbrile curiosità di sapere cosa sarebbe venuto dopo e coltivando una smaccata fiducia nel lieto fine. Sensazioni e sentimenti che Dumas, da bravo autore di romanzi d’appendice, sa come solleticare e che, naturalmente, si guarda bene dal tradire. Viva ora e sempre il feuilleton!
GIUDIZIO: ****

Emilio De Marchi – REDIVIVO (1894-1895)
Di cosa parla: Un medico di bordo italiano, sbarcato in Giappone, viene salvato dal linciaggio della folla durante una cerimonia religiosa e accolto in casa da un uomo che decide di raccontargli le sue peripezie. Costui si chiama Alfredo Bausen ed è tedesco: anni prima, a causa di un matrimonio infelice e del difficile rapporto con il suo socio in affari, ha scelto di scomparire approfittando di un incidente ferroviario in cui è rimasto coinvolto e in seguito al quale ha assunto l’identità di un compagno di viaggio, rimasto ucciso. Allontanatosi dall’Europa, ha fatto fortuna in Sudamerica, prima di decidersi, a seguito di alcune notizie giuntegli dalla Germania, a tornare in patria da redivivo…
Commento: Feuilleton all’italiana. Il nome di Emilio De Marchi (1851-1901) è legato alla pratica, all’estero già consolidata, molto meno in Italia, di pubblicare romanzi nelle appendici di giornali, allo scopo di rivolgersi a un pubblico nuovo di lettori. Sacrificate così le esigenze dell’arte per l’arte, ecco che il “romanzesco” si fa largo anche dalle nostre parti. Certo, De Marchi, milanese, non può non fare i conti con il fantasma di Manzoni, l’inventore del romanzo italiano, da lui venerato come maestro insuperabile. E, al di là degli sterili confronti, bisogna riconoscere che egli fu anche mosso dall’ambizione, non trascurabile, di elevare il livello e dal tentativo di sprovincializzare la letteratura patria introducendo anche da noi modi, stili di narrazione e forme già consolidate altrove, a partire dai cosiddetti “romanzi di genere” (Il cappello del prete, uscito in volume nel 1888 ma già pubblicato a puntate l’anno prima, capostipite involontario del poliziesco italiano, resta senz’altro il suo capolavoro).
Questo suo libro, che in volume uscì solo postumo nel 1909, mentre, quand’era in vita l’autore, comparve solo su quotidiani ma per ben due volte (prima su Il mattino di Napoli, con il titolo ad effetto Il morto che parla, e poi su L’Italia del popolo di Milano), appartiene quant’altri mai, tecnicamente, alla categoria del feuilleton. Ma del feuilleton possiede anche tutte le caratteristiche più tipiche, a partire dall’intreccio, tutto basato sui colpi di scena innescati dalla vicenda del protagonista, vittima prima e artefice poi di intrighi e complicazioni di trama giocati su due piani, a loro volta intrecciati tra loro: da un lato, le sue (inizialmente fallite) aspirazioni accademiche di ricercatore e docente di chimica e i compromessi derivanti dall’accettare di impiegarsi e diventare poi socio in un’industria; dall’altro le vicende sentimentali che lo legano a una donna, Giovanna Culmberg, in un matrimonio guastato anche dalle irrealizzate ambizioni di lei, che avrebbe desiderato, come le sue sorelle, sposare un uomo di più nobili natali e condizioni. La crescente insoddisfazione di Alfredo Bausen, alimentata, dopo la nascita della figlia Cecilia, dalle voci di tradimento della moglie con il suo socio, lo porteranno a concepire l’idea di scomparire.
Nella seconda parte del romanzo, dopo l’incidente ferroviario che gli offre l’opportunità di sparire sul serio, tutto si concentrerà sul suo ritorno in Germania. Inevitabile il confronto con Il fu Mattia Pascal, uscito nel 1904, e se non è impossibile che Pirandello abbia tratto ispirazione, per l’episodio centrale, da De Marchi, è altresì vero che le somiglianze finiscono qui. De Marchi, infatti, non risparmia nulla sul piano della retorica melodrammatica (e dire che altrove ha dato prova di un’ironia non diremo manzoniana ma senz’altro apprezzabile), a partire dall’enfasi delle scene-madri degli incontri tra il “redivivo” e le persone che, credendolo morto, dovranno fare i conti con la sua ricomparsa e le conseguenze, più o meno tragiche, che comporterà. Non mancano le forzature, anche sul piano della verosimiglianza, e pure il finale non si sottrae agli eccessi sentimentali che sono la vera cifra stilistica specialmente della seconda parte del romanzo.
Riconosciamo a De Marchi un’abilità senza dubbio non disprezzabile, ma le sue prove migliori sono da cercare altrove: oltre a Il cappello del prete, senz’altro Demetrio Pianelli, che pure racconta come qui la storia di un “vinto” (ma Bausen, in fondo, si riscatta in nome dei buoni sentimenti). La lettura, comunque, è quanto mai utile per capire i meccanismi narrativi che faranno la fortuna, decenni dopo, di telenovelas e soap opera nonché di certe serie televisive. Ah, quanto è vivo ancora il feuilleton!
GIUDIZIO: **

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
Appuntato al talento come a un’uniforme,
il grado dei poeti è noto a tutti;
stupirci come un temporale possono,
morire tanto giovani, per anni viver soli.
Possono scatenarsi come ussari: ma lui deve
liberarsi del suo dono puerile e apprendere
a esser complesso e semplice, a esser uno
che nessuno si sogna di seguire.
Per realizzare il più facile dei suoi voti,
deve infatti far sua tutta la noia,
prono agli ovvi lamenti dell’amore, tra i Giusti
esser giusto, tra i Luridi essere pure lurido,
e, se può, nel suo debole Io deve soffrire
senza intendere tutti i misfatti dell’Uomo.
Così tratteggia il romanziere nell’omonimo sonetto Wystan Hugh Auden, di professione poeta. Il romanziere è, secondo Auden, quello che si sporca le mani: dovendo dare conto non solo di sé, ma dei personaggi con cui ha a che fare, è costretto a soffocare il suo “debole Io” per imparare a essere “semplice e complesso”. Il talento non basta, anzi quasi non serve: è indispensabile il mestiere (ce l’ha insegnato il Martin Eden di Jack London). È per questo che l’arte del romanziere è potenzialmente infinita, come la vita; è per questo che il romanzo moderno prende alle origini la forma del feuilleton, che consente di soddisfare al contempo le esigenze dei lettori, psicologicamente assoggettati alla logica del “continua…”, quelle degli editori, che vendono più copie, e quelle degli scrittori, che vengono pagati di più.
Di questo intreccio di interessi era consapevole già Gustave Flaubert, che riporta nel suo Dizionario dei luoghi comuni una serie di suggerimenti per discutere in società dei “romanzi d’appendice”; il secondo sembra ispirato proprio alla vicenda di Madame Bovary, la cui uscita, a puntate su La Revue de Paris nel 1856, fu all’origine del processo per immoralità che lo scrittore subì: dopo l’assoluzione, il romanzo fu pubblicato in volume e ebbe un notevole successo (c’è da rimpiangere persino i tempi in cui le accuse di oscenità spingevano a leggere!):
Appendice (Romanzi d’). I romanzi pubblicati a puntate sono molto più morali da leggere che quando sono in volume.
Causa d’immoralità.
Discutere sulla conclusione possibile. Scrivere all’autore per suggerirgli qualche idea.
Furore quando vi si trova un nome simile al proprio.

Testi citati
Wystan Hugh Auden – IL ROMANZIERE, in “Un altro tempo” – traduzione di Nicola Gardini (1940)
Gustave Flaubert – DIZIONARIO DEI LUOGHI COMUNI – traduzione di Franco Rella (1881)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana