LA ZIA JULIA E LO SCRIBACCHINO – Mario Vargas Llosa

# Mario Vargas Llosa – LA ZIA JULIA E LO SCRIBACCHINO (Einaudi, 1994, ediz. orig. 1977, pagg. 344)

Il giovane Mario, aspirante scrittore che, mentre studia legge all’Università di Lima, si mantiene compilando i notiziari radiofonici che vanno in onda ogni ora, fa la conoscenza di Pedro Camacho, il “Balzac creolo”, prolificissimo e scafato scrittore di soap opera radiofoniche. Appena assunto dalla radio per cui lavora anche Mario, che l’ha strappato alla concorrenza offrendogli un contratto faraonico, Camacho si mette all’opera e inizia sfornare puntate su puntate delle soap più ascoltate del Perù, anzi, dell’intero Sudamerica e, contestualmente, inizia anche a dare consigli al giovane scrittore in erba, impressionato ma anche perplesso dinanzi a una produzione così intensiva e seriale di storie a tinte forti, artificiose e tutto sommato ingenue. Due concezioni opposte della letteratura si sfidano: quella concreta e mercenaria di Camacho e quella idealista e spiantata di Mario che, peraltro, si innamora perdutamente di sua zia Julia, già vedova ma ancora molto bella, di dieci anni più anziana di lui. E allora, la vicenda del giovanile e impossibile amore di Mario e Julia si intreccia inestricabilmente con le soap di Camacho, infarcite di passioni, incesti, agnizioni, fughe rocambolesche e delitti. In un geniale gioco di rimandi, Vargas Llosa racconta tanto l’educazione sentimentale del giovane protagonista (suo palese alter ego) quanto la scoperta della scrittura, di cosa significhi realmente scrivere, e di quante sfumature abbia questo inafferrabile verbo.

Di Mario Vargas Llosa (1936 – 2025), premio Nobel per la Letteratura nel 2010, ho letto praticamente tutto. Posso dunque permettermi di scegliere, volta a volta, che cosa recensire, e ogni volta è un piacere perché, mi siano piaciuti o meno, i suoi libri non lasciano mai indifferenti, inducono sempre a svolgere riflessioni e considerazioni e questo, comunque lo si voglia vedere, è un innegabile merito. Per celebrarne il genio a pochi giorni dalla scomparsa, ho scelto di affidarmi a due dei personaggi più straordinari della carriera di Vargas Llosa: Pedro Camacho, prototipo dello scrittore “spietato” e di successo, tutto tecnica a discapito della verità, e Julia Urquidi Illanes, che fu veramente la zia dell’Autore e che egli sposò davvero, da giovanissimo, contro il parere dei familiari e al termine di una disperata fuga d’amore che non poteva che concludersi, dopotutto, con uno splendido nulla di fatto.

Un nulla di fatto che, però, ha rappresentato per il giovane Mario la vera iniziazione all’amore un po’ come la conoscenza di Pedro Camacho (che pure, sia chiaro, è un personaggio immaginario) ha rappresentato quella alla scrittura, pratica che lo studentello idealista che raggranellava due soldi scrivendo i telegrafici giornali radio tendeva a idealizzare fin troppo, a considerare solo sul piano creativo e artistico.

E invece no: la grande lezione di Camacho è che scrivere significa anzitutto sudare, picchiare sui tasti della macchina fino a farne sbiadire le lettere, e avere alla sera pagine che non si avevano al mattino. Scrivere, per il prolifico autore pulp di soap radiofoniche, vuol dire ammaliare schiere di ascoltatori e, soprattutto, ascoltatrici, con vicende truculente che sembrino destinate a non finire mai, che potrebbero continuare all’infinito tra colpi di scena e rivelazioni. Per chi, come il giovane Mario, vede nella scrittura l’arte sottile di parlare di sé pur non dandone l’impressione, per chi, insomma, vive la scrittura come arte, la concezione di un Pedro Camacho è quasi una bestemmia! Eppure, Mario (e questo vale tanto per il fittizio protagonista del libro quanto per Vargas Llosa) dovrà scendere a patti con l’ingombrante Camacho, vero e proprio simbolo di quanto alla scrittura serva l’essere interessante, il sapersi accattivare il pubblico, parcheggiando le smisurate ambizioni intellettuali in favore di un pragmatismo che spesso paga assai di più.

Libro sottilissimo e incredibilmente divertente, “La zia Julia e lo scribacchino” è la mia scelta per celebrare uno dei più grandi scrittori dell’ultimo secolo, perché è un romanzo che unisce leggerezza di stile e sapienza narrativa (anche squisitamente tecnica), è un romanzo della maturità che riflette sugli esordi e sulla gioventù di un Autore dalla voce originale e potente, che esordì con un libro-scandalo bruciato in piazza (“La città e i cani”), giusto per sottolineare quanto la vera letteratura sia sempre divisiva e susciti reazioni forti, e che costruì un’eccezionale carriera aggiungendo, per decenni, tasselli importanti a un’opera che – anche quando decise di trasferirsi in Spagna – ha sempre saputo veicolare i caratteri profondi del suo amato Perù, senza però erigersi un muro attorno, senza limitarsi – come altri celebrati scrittori sudamericani – a un unico stile e a un unico modo di pensare e descrivere il loro variegato continente.

Mario e Julia ai tempi del loro matrimonio

Al contrario, Vargas Llosa è stato uno scrittore “internazionale”, ha saputo portare il Sudamerica in giro per il mondo e il mondo in Sudamerica (si pensi a un libro come “Avventure della ragazza cattiva”!), si è impegnato in politica (fallendo), ha praticato vari generi pur mantenendo una cifra stilistica sua propria e inconfondibile, ha innovato anche formalmente la narrativa (impareggiabili i suoi “dialoghi intrecciati” tra personaggi che parlano in diversi luoghi e di diversi argomenti) e ci lascia un corpus letterario di assoluto rilievo, il linea con quello di altri mostri sacri del ‘900.

Che tutto questo sia nato con Julia Urquidi Illanes e Pedro Camacho è innegabile, ed ecco perché ho scelto “La zia Julia e lo scribacchino” per dire “grazie” a Mario Vargas Llosa, grazie per tutte le sue storie e i suoi personaggi, grazie per sessant’anni di scrittura ad altissimo livello, grazie per i viaggi e le scoperte, grazie, infine, per il coraggio di fare una narrativa mai banale né edulcorata, dalla quale dovrebbero imparare i tanti, troppi imbrattacarte d’oggi. Gracias, don Mario! Y suerte!

(Recensione scritta ascoltando i Dire Straits, “Tunnel of Love”)

PREGI:
a metà tra autobiografia e invenzione letteraria, è un romanzo delicato e profondo che fa entrare il lettore in un mondo – la Lima dei tardi anni cinquanta – evocato alla perfezione. Capace di riflettere tanto sull’amore quanto sulla scrittura, saldando anzi i due concetti in una sorta di trama unica che si frantuma continuamente nelle molteplici storie partorite dal prolificissimo Camacho, il romanzo è il viaggio in una casa degli specchi in cui echi e riflessi, sapientemente dosati, guidano il lettore nei meandri di una storia che ne contiene molte – tutte quelle potenzialmente raccontabili – e che stupisce per freschezza narrativa e profondità di stile     

DIFETTI:
forse un po’ lungo, il libro concede molto spazio alla figura di Pedro Camacho e ai suoi mirabolanti racconti, che a un certo punto iniziano a confondersi con la realtà e a miscelarsi, in un gioco letterario che potrebbe non far per tutti. Ma la qualità della scrittura è sempre eccezionale

CITAZIONE:
“Come si poteva essere, per un verso, la parodia di uno scrittore e, nello stesso tempo, l’unico che, per il tempo consacrato alla sua professione e per l’opera realizzata, meritasse quel nome in Perù? Erano forse scrittori quei politici, quegli avvocati, quei pedagoghi, che detenevano il titolo di poeti, romanzieri, drammaturghi perché, in brevi periodi delle loro vite […] avevano prodotto una plaquette di versi o una striminzita raccolta di racconti? Perché quei personaggi che si servivano della letteratura come di un ornamento o di un pretesto avrebbero dovuto essere più scrittori di Pedro Camacho, che viveva solo per scrivere? Perché loro avevano letto (o, almeno, sapevano che avrebbero dovuto aver letto) Proust, Faulkner, Joyce, e Pedro Camacho era poco più di un analfabeta?” (pagg. 170-171)

GIUDIZIO SINTETICO: ***½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO