NERO COME LA NOTTE – Tullio Avoledo

# 304 – Tullio Avoledo – NERO COME LA NOTTE (Marsilio, 2020, pagg. 524)

L’ex-poliziotto Sergio Stokar, noto per i suoi metodi spicci e per le sue idee di ultra-destra, è letteralmente tornato dal mondo dei morti: trovato in fin di vita alle porte di un complesso occupato alla periferia di Pista Prima, immaginaria città friulana, Sergio viene accolto e rimesso in sesto dalla comunità di diseredati – perlopiù immigrati irregolari – che vive alle Zattere: così vengono chiamati i palazzoni che, un po’ come le famigerate Vele di Scampia, ospitano da anni una congerie di uomini e donne senza documenti e spesso senza lavoro e senza speranza. Come potrà il brusco e razzista Sergio integrarsi in un ambiente così contrario a tutti i suoi “princìpi”? Guidate da un Consiglio presieduto da tre persone – l’ex-giudice rumena Nadia Caragiale, il pediatra siriano Aarif e il colossale nero Chimeze – le Zattere sono una vera e propria “forza sociale” a Pista Prima, con la quale debbono fare i conti anche i criminali, come il temutissimo albanese Lirosh Roshi. Quando alcune ragazze delle Zattere scompaiono nel nulla, e la prostituta polacca Krystyna Nowak viene uccisa, il Consiglio chiede a Sergio di indagare. Affiancato dalla bellissima Elena Ferrari, studentessa universitaria che bazzica le Zattere per aiutare le ragazze straniere a emanciparsi e inserirsi in società, Sergio scoprirà che a Pista Prima non alligna solo una criminalità feroce e spietata, ma anche un misterioso culto responsabile di riti aberranti, e prima di giungere alla soluzione del caso il martoriato ex-poliziotto dovrà attraversare diversi gironi infernali.

Che Tullio Avoledo sia un buono scrittore non è una scoperta recentissima. Già dal libro d’esordio, “L’elenco telefonico di Atlantide”, è apparsa evidente la vena di originalità e di freschezza di questo Autore friulano che è approdato alla scrittura dopo aver lavorato per molti anni in banca, e che dà l’impressione di trovare nella scrittura una indispensabile valvola di sfogo. Sì, perché ad Avoledo scrivere piace, si vede benissimo. Gli piace costruire mondi immaginari, seppur realistici; gli piace descrivere il suo Friuli con toni vagamente distopici, gli piace ambientare le sue vicende, sospese tra il giallo e il noir, in un mondo leggermente ma sensibilmente “slittato”, non proprio la nostra realtà, ma una realtà appena appena alternativa che, come nella migliore tradizione della fantascienza, è immaginata apposta per indurre il lettore a riflettere sul suo mondo e sul suo tempo.

C’è sempre molta inventiva nei libri di Avoledo, e questo “Nero come la notte” non fa eccezione: noir duro d’ambientazione urbana – ma non in una grande città, bensì in una sorta di ghost town ex-industriale del ricco Nord-Est italiano – il romanzo ha anche una più che dignitosa (per quanto non originalissima) trama gialla, che per tre quarti della durata regge bene e invoglia alla lettura. Inoltre, e non è un pregio da poco, il personaggio del protagonista, l’ex-sbirro razzista Sergio Stokar, è ben riuscito e mantiene per tutto il romanzo la sua fondamentale “scorrettezza” politica e sociale: sgradevole per come parla e per come si comporta, Sergio è un antieroe nel vero senso della parola, è un uomo pieno d’odio al quale il fatto di essere stato curato da un medico indiano, il dottor Chatterjee, e accolto in seno a una comunità di africani, mediorientali e chi più ne ha più ne metta non ha certo migliorato il carattere.

Anzi, al contrario: costretto a sdebitarsi con persone che detesta, Sergio vive una sorta di purgatorio nel quale si alternano lo stemperamento del suo razzismo e la riedizione, rivista e corretta, di quello stesso razzismo (in fondo, tra i peggiori “cattivi” della vicenda ci sono dei russi, dei bulgari e degli albanesi, nei confronti dei quali Sergio non nasconde mai il suo disprezzo). E poco importa che ci siano anche dei perfetti italiani a ricoprire ruoli poco edificanti: Avoledo è bravo a non costruire un libro buonista e rasserenante, al termine del quale gli immigrati si rivelano tutti di buon cuore e gli autoctoni tutti dei cattivoni, ed è bravo a tratteggiare certi vizi della politica nostrana – tanto di destra quanto di sinistra – dei quali l’immaginaria Pista Prima sembra essere l’ideale mise en abyme: mandata allo sfascio da un’amministrazione ipocrita di sinistra, la città continua la sua caduta nel baratro della violenza e del degrado anche sotto un’amministrazione di destra, oltranzista e legalitaria.

Senza mai abbassarsi alle ossessioni odierne di politically correctness, Avoledo riesce a raccontare tutto mantenendo una sana durezza di linguaggio e di caratteri, anche se purtroppo la trama finisce per attorcigliarsi un po’ e il finale è francamente piuttosto deludente, sia perché non tutti i nodi vengono correttamente al pettine, sia perché certe soluzioni sono oggettivamente piuttosto improbabili e arzigogolate. E come se non bastasse, lo stile dello scrittore friulano è a tratti eccessivamente “speziato”, come se in ogni scena, in ogni passaggio del libro egli cercasse, costantemente e pervicacemente, di iniettare sapore, di arrotondare esperienze e descrizioni, finendo fatalmente per eccedere.

Con tutto ciò, “Nero come la notte” è un libro che si legge con piacere, a patto di non essere anime belle del politicamente corretto o spiriti illusi del terzomondismo e dell’umanitarismo più fasulli e di comodo, quelli, per intenderci, dei salotti romani e dell’ideologia “nimby” (Not In My Backyard – va tutto bene finché non mi riguarda). Bella la comparsata del burbero e coltissimo Rabo Mishkin, già incontrato in “Mare di Bering”.                            

(Recensione scritta ascoltando i Ladytron, “Versus”)

PREGI:
una scrittura dai toni duri e ben tagliata tanto sul soggetto, una tetra storia di ragazze rapite e uccise, quanto sul protagonista, un truce sbirro hard boiled dai metodi spicci ma anche destinato al fallimento e alla sofferenza, e un’atmosfera di fondo ben tratteggiata, pur con qualche esagerazione

DIFETTI:
a tratti troppo “saporita”, la scrittura di Avoledo è come un piatto con troppi ingredienti, nel quale diventa difficile, dopo un po’, distinguere tutte le sfumature; la ricerca costante della locuzione “a effetto”, della similitudine originale e della battuta fulminante finisce per essere un po’ stucchevole 

CITAZIONE:
“Certi politici ci vendono l’idea che noi siamo i buoni, come se fossimo assediati in un fottuto fortino del far West […]. Solo che il male, in realtà, è anche dentro le mura, e siamo tutti contagiati, e i buoni e i cattivi vivono insieme e non è facile capire chi sono gli uni e gli altri.” (pag. 35)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO