# 363 – Emmanuel Carrère – IO SONO VIVO, VOI SIETE MORTI (Hobby & Work, 2006, ediz. orig. 1993, pagg. 330)
Da fan sfegatato della sua produzione narrativa, Emmanuel Carrère traccia un profilo biografico e psicologico di Philip K. Dick, uno dei più originali e misteriosi Autori di fantascienza della storia. Americano, nato nel 1928 e morto nel 1982, senza neppure poter vedere il montaggio definitivo di “Blade Runner”, il capolavoro di Ridley Scott tratto da un suo romanzo breve, Dick è stato uno scrittore sgraziato ed eccessivo, capace di produrre fino a quattro o cinque romanzi in un anno, non tutti, ovviamente, di eguale qualità. Eppure, in mezzo a questa produzione esagerata, non mancano i colpi di genio e i romanzi germinali – su tutti “La svastica sul Sole” e “Ubik”, veri e propri esempi di una fantascienza lisergica, disturbante e introiettiva, più abile a riflettere sui limiti e le problematiche della coscienza umana che su mondi lontani e omini verdi. Paranoico fin dalla giovane età, consumatore di alcool e droghe per lunghi periodi della sua vita, Dick è stato – suo malgrado – una delle voci più interessanti (e impressionanti) della narrativa americana del ‘900, tanto che molte sue idee hanno decisamente resistito al passare del tempo e appaiono innovative ancor oggi, e i suoi libri migliori dicono cose non banali sulla pervasività dei media, sull’impossibilità di distinguere tra psicosi e distopia e sulla natura fondamentalmente indecidibile di quello che chiamiamo “mondo”.
A un certo punto, nel libro, Carrère cita un celebre articolo a firma Stanislaw Lem, il grande scrittore polacco Autore di “Solaris”, vanto della fantascienza d’oltrecortina. In questo testo, Lem indicava senza mezze misure in Philip Dick il più significativo scrittore di fantascienza americano del suo tempo, caratterizzato da uno stile goffo e da trame sbilenche, ma anche da una capacità fuori del comune di cogliere un profondo nocciolo di verità con le sue storie e con le parabole (spesso dolorose) dei suoi personaggi più riusciti, a partire dai protagonisti di “Ubik” fino all’enigmatico Palmer Eldritch e al Ragle Gumm di “Tempo fuor di sesto”.
Direi che nel giudizio di Lem, ancorché datato, ci si può ritrovare appieno anche oggi, quando all’opera di Dick iniziamo a guardare con un certo distacco, se non altro temporale. Affascinato fin da ragazzo dei libri di questo curioso Autore americano, Emmanuel Carrère ne racconta la vita e la carriera senza glissare sugli aspetti più imbarazzanti (le malattie mentali, l’abitudine di bere e far uso di stupefacenti, le varie mogli con le quali ha diviso una concezione della vita a dir poco paranoica) ma, d’altronde, esaltando quegli stessi aspetti nella loro trasformazione letteraria in romanzi che hanno segnato l’immaginario collettivo anche più delle opere di Autori tecnicamente migliori.

“Blade Runner” (Ridley Scott, 1982) 
“Atto di forza” (Paul Verhoeven, 1990)
Il “mistero Dick” è tutto qui: come ha potuto un discreto, ma nulla più, Autore di fantascienza partorire alcune delle trame più allucinanti del secolo scorso, non a caso corteggiatissime dal cinema, che dai libri di Dick ha tratto valanghe di film anche molto noti (qualche titolo, oltre al già citato “Blade Runner”? Che ne dite di “Atto di forza”? E di “Minority report”? Per non parlare de “I guardiani del destino”, “Screamers”, “Paycheck”…).

“Minority Report” (Steven Spielberg, 2002) 
“Paycheck” (John Woo, 2003)
E anche laddove il film non sia esplicitamente e integralmente tratto da un romanzo di Dick, spesso tematiche dickiane hanno trovato e trovano posto in opere di fantascienza imperniate sui misteri del Tempo, sul totalitarismo e sull’ossessione per il controllo. Insomma, ce n’è abbastanza per decretare che Philip K. Dick sia stato uno scrittore importante, capace di lasciare una traccia profonda nel mondo e di parlare ancora, a distanza di tempo, a vaste schiere di lettori.
Ma prima di farci trascinare del tutto dall’onda delle reminiscenze di antiche letture (io stesso ho letto molto Dick in gioventù), torniamo al libro di Carrère: com’è questa biografia psico-letteraria? Di per sé, è curioso che un raffinato Autore francese in odor di gauche caviar dichiari il suo amore sconfinato per uno scrittore di fantascienza americano in odor di follia. D’altronde, anche Michel Houellebecq non ha mai nascosto la sua fanatica passione per la letteratura di Howard Phillips Lovecraft, cui ha dedicato anche un breve e splendido saggio.
Carrère, comunque, sceglie la via del racconto ibrido: da una parte, si dedica con buon piglio narrativo alla rievocazione di episodi significativi della vita di Dick, soprattutto nelle sue relazioni con le donne e con le droghe; dall’altra, si affida ai testi e si fa guidare dalla produzione letteraria del suo “personaggio” per raccontarne le diverse fasi di pensiero e l’evoluzione dello stile che, da una fantascienza ancora caratterizzata da stilemi classici (seppur mediati attraverso un’ispirazione stralunata e innovativa) approda a un modo di scrivere sacrale e ambiziosissimo, ispirato nientemeno che ai Testi Sacri del Cristianesimo (penso in particolare alla “Trilogia di Valis”).
Convinto per lungo tempo di vivere contemporaneamente in due epoche diverse, la nostra e un lontano passato in cui egli sarebbe stato un cristiano perseguitato, Philip Dick ha saputo tradurre in narrativa – non sempre di alto livello, ma di sincera ispirazione e dettata da una segreta disperazione e dalla profonda voglia di capire e svelare i segreti del mondo e dell’esistenza – le proprie ossessioni e i propri fantasmi, realizzando una fantascienza introspettiva che racconta ancora molto (e secondo alcuni sempre di più) del mondo d’oggi (si pensi alle implicazioni dell’Intelligenza Artificiale, ampiamente previste da Dick).
Carrère, ancor giovane, nel 1993, si fece biografo fedele e appassionato, a tratti forse un po’ prolisso, in altri punti sinceramente divertito, di quest’uomo enigmatico, e ci offre un libro che certo non risolve i misteri, ma si fa leggere con indubbio piacere, a patto che si sia interessati alla figura del protagonista e se ne conosca, almeno per sommi capi, l’opera.

(Recensione scritta ascoltando i Pixies, “Where Is My Mind?”)
PREGI:
biografia letteraria che non perde mai di vista le opere e non le sacrifica sul facile altare dell’aneddotica, è un libro godibile per chi conosca Philip Dick, meno forse per chi non abbia mai letto nulla di suo. Carrère, comunque, si tiene saggiamente ai margini più di altre volte e, Autore ancora non consacrato dalla critica mondiale, evita di invadere la materia con la sua ingombrante personalità
DIFETTI:
qualche lungaggine sulle paranoie religiose e un tono confidenziale (Dick viene spesso chiamato “Phil”) che se da una parte crea empatia e partecipazione, dall’altra finisce per privare il testo, a tratti, di obiettività e distacco critico
CITAZIONE:
“Le anfetamine gli permettevano di scrivere, a pieno ritmo, un romanzo in qualche settimana, e così in due anni ne pubblicò una decina, ma pagava il soccorso che gli prestavano con depressioni atroci. Si sentiva inadeguato al suo compito, incapace di assumere delle responsabilità. E imbruttiva.” (pag. 100)
GIUDIZIO SINTETICO: **½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…



Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana